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panorama del Pozzo di Stelle - Qeshm Hojre nel Bazare Iraniano e le sue spezie profumate (foto E.Griso) Giochi di chiaro-scuro che risaltano la lavorazione unica della moschea di Sheikh Lotfolah a Isfahan laboratorio Lenj nella isola  di Qeshm Mausoleo Sheykh Nematollah - Mahan

UN VIAGGIO “IMPOSSIBILE”:

L’ IRAN

24 aprile-28 maggio 2004

 

Ebbene sì, ce l’abbiamo fatta!

A conclusione di uno sforzo organizzativo percorso da dubbi, difficoltà, preoccupazioni per le turbolenze della regione, in otto, tutti over 60, con quattro camper, aiutati da una piccola ma necessaria dose di incoscienza e temerarietà, abbiamo attraversato Grecia e Turchia occidentale. Lasciato alle nostre spalle “il mondo conosciuto”, ci siamo “infilati” nel territorio curdo.
Ultime riflessioni a Dogubayazit , cittadina turca ai piedi del maestoso Ararat, poi, giù, in Iran, senza ulteriori tentennamenti.


Dopo 22 giorni, il mesto e commosso rientro in Turchia per aver lasciato un paese fiabesco, tratteggiato da gentilezza, pulizia, giardini, rose ed usignoli, un paese che sembra uscito dalla lampada di Aladino.
Alla fine del viaggio non volevamo scrivere niente sull’Iran perché preoccupati di apparire agiografici.
Dopo giorni di tentennamenti consegniamo allo scritto queste impressioni, pur consapevoli che il cuore ha preso il sopravvento.

Non dovremmo parlare di Iran ma di Persia.
Il termine non è più attuale ma richiama alla mente, con più immediatezza, il fascino che questo paese, cerniera tra l’occidente e il lontano oriente, esercita sui viaggiatori.

Eccoci in Persia!

  • tra i suoi profumi;
  • le sue moschee, veri capolavori di grazia architettonica, nonostante l’imponenza delle cupole a volte alte più di 50 metri, con il turchese, l’indaco, il rosa, il verde delle decorazioni;
  • gli ori, i raffinati affreschi, le preziose miniature dei palazzi signorili;
  • i sapienti giochi di luce nelle piazze abbellite da monumenti e sculture;
  • lo splendore della Mejdum-e-Shah di Isfahan, ornata da centinaia di archi, moschee, palazzi storici, scuole craniche;
  • la poetica Porta del Corano di Shiraz, illuminata, lì, in alto sulla collina;
  • L’impressionante lindore che regna nelle città verdissime, piene di fontane zampillanti, giardini, prati curatissimi;
  • I villaggi nomadi di fango e paglia, color ocra, senza tempo;.
  • Le montagne ondulate, mai aspre, dai colori a volta tenui, a volta accesi, ma sempre con mille sfumature che forse hanno ispirato i persiani nella composizione dei tappeti.

La Persia evoca danza, poesia, silenzi, elisir d’amore……

Tutto ciò ci ha proiettati in una dimensione onirica, in un sogno ad occhi aperti.
E che dire delle persone, della loro gentilezza, dei loro sguardi?
Eravamo stati avvertiti da diversi iraniani che vivono in Italia. Ci avevano detto: “rimarrete sorpresi dalla grazia di questo popolo. Avrete l’impressione che fingono ma non è così. Non fingono”.
Abbiamo sentito i persiani parlare tra loro. Sempre rigorosamente sottovoce, sembrava che declamassero versi.
La nostra comitiva vociante spesso li sorprendeva ed imbarazzava.

La loro scrittura farsi, diversa da quella araba, sembra un disegno ornamentale. D’altra parte non sono arabi ma indoeuropei. Lo stesso termine Iran deriva da Aryan, Ariano. Lo dimostra anche qualche affinità di lingua: padre, in inglese father, in iraniano fatar. Madre, in inglese mother, in iraniano matar. La parola italiana “basta” in iraniano bastè. Se bussi alla loro porta sentirai rispondere letteralmente “chi è ?”

 

Ci hanno fermato per strada per chiederci da dove venivamo, cosa pensavamo di loro, del loro paese. Addirittura per chiederci un autografo. Ci hanno toccato ed abbracciato, per accertarsi che eravamo reali, contenti che non avevano di fronte “marziani” e che eravamo andati da loro per incontrarli, conoscerli.

Siamo stati intercettati ed intervistati da una troupe di un sito internet locale. Figuriamoci! Noi che viviamo una cittadina carina della provincia di Napoli afflitta però da enormi problemi, a cominciare da un altissimo tasso di disoccupazione per finire alle precarie condizioni di pulizia quotidiana delle strade, siamo stati visti come portatori di benessere e “civiltà”. Ah! se loro potessero vedere alcune zone del nostro sud!

 

Ovunque, sempre, foto di gruppo, scambio di indirizzi, un invito a pranzo o a cena.

L’immagine che i persiani hanno dato di sé è stata quella della gentilezza, tranquillità. serenità.

A dispetto delle rappresentazioni dei media la Persia è anche tollerante! Forse perché sul suolo di questo paese si sono scontrati nel corso dei secoli grandi eserciti. Ha subito invasioni e distruzioni e si è sempre ripreso. Ha sempre ricostruito. E si è abituato all’incontro e alla tolleranza.

 

Il paese di Bengodi? Certamente no!

Forse perché, come diceva Hadi, la nostra bravissima guida (per intenderci è quella che ha guidato Overland), i persiani sono sereni anche quando il cuore è in tumulto. Mai comunicare agli altri i propri problemi: bisogna essere sempre sorridenti e trasmettere serenità.
Un paese splendido e semplice che non espone i suoi problemi, la sua povertà, le sue contraddizioni.
Solo qualche taxi-driver, molto arrabbiato, è stato esplicito sulle condizioni di vita in Iran. Ma il fuoco cova sotto le ceneri. Ce lo hanno detto gli occhi delle ragazze di Persia, tulipani neri.

IN IRAN

Passata la frontiera iraniana i bastioni dei monti Tauri cedono il posto agli Zagros, montagne ondulate e dolcissime dalle tinte sfumate di tonalità pastello verde, rosa beige, rosso marrone. Attraversiamo i primi villaggi poveri ma puliti: bambini, donne, adulti ci invitano a fermarci. Quando lo facciamo, scopriamo gente affabile, curiosa, ma timida e discreta, non invadente, né pietosa o postulante.

Questa l’impressione suscitata durante tutto il viaggio , anche nelle città.

 

TABRIZ, la città dal cuore mongolo
Il Parco Illgoli gira intorno a un laghetto con al centro una bella costruzione settecentesca trasformata in ristorante. Le luci multicolori si specchiano nel lago e lungo i viali sfilano giovani vestiti all’occidentale e donne in chador.
Sembra un quadro impressionista di Monet.
Il parco si popola di famiglie: scene di distensione da far invidia. Sereni si servono presso i numerosi venditori di kebab o stendono il tappeto sui prati per il picnic.
Di mattina il viale e le vie laterali al lago si affollano di giovani sportivi in tuta e di ragazze che fanno footing. Le donne, rigorosamente in chador, con la variante delle scarpe da ginnastica, praticano un footing particolare: non corrono. Camminano a passo svelto.
Avvolte nel velo nero sembrano sbocciare dal nulla.
Sotto il velo c’è il mistero, il fermento dei pensieri, delle passioni, dei desideri. Un giorno forse vicino o forse lontano si riveleranno al mondo.
Sarà una danza dolce ed armonica o una ribellione drammatica.

 

NAIN, il villaggio sonnacchioso
Siamo stati invitati ad un matrimonio e ci siamo andati.
Ognuno di noi porta un dono, un panettone, dei dolci, piccoli souvenir italiani. Veniamo introdotti in due sale diverse, divisi gli uomini dalle donne.
Le donne entrano in una sala arredata solo con cuscini e tappeti. Al centro della sala le ragazze ballano una danza orientale intorno alla sposa vestita di una veste bianca preziosa e lucente di pailettes. Anche noi siamo invitate a partecipare alla danza. Balliamo accompagnate da canti, suoni e battiti di mano.
La danza si interrompe per dare inizio al cerimoniale del matrimonio: intorno ad un tavolo rotondo addobbato a festa la sposa riceve lo sposo. Avviene lo scambio degli anelli; poi segue l’offerta dei doni, ognuno accompagnato da un “ululato” di gioia.
Parte delle donne è sempre vestita col chador mentre quelle più intime alla sposa sfoggiano abiti eleganti all’occidentale. In tutto tre-quattro persone, le mamme e le madrine. Infine sono introdotti due uomini anziani, i papà, che danno il loro augurio, poi posano tutti per la foto.
Noi, intanto, siamo circondate dalle effusioni e dal vivo interesse delle giovani iraniane con le quali cerchiamo alla meglio di comunicare. Le ragazze sembrano spinte da un desiderio irrefrenabile di sapere, ci danno foglio e penna per vedere il nostro modo di scrivere. Le ragazzine ci tastano, toccano, vogliono vedere i nostri capelli.
Per noi uomini è tutto più semplice. Stesso arredamento, niente mobili, solo tappeti. Le danze tra soli uomini sono apparse un po’ ambigue a causa dei particolari movimenti del corpo.
Il pranzo di nozze? Un gelato ed una frutta. Si trattava di famiglie modeste, all’antica.
Siamo stati ospiti d’eccezione, privilegiati, coccolati.
I laboratori di Nain, dove vengono tessuti i mantelli dei mullah con lana di cammello, sono sotterranei per sfuggire al caldo torrido. La maggior parte di essi erano chiusi.
Troppo silenzio in giro, sembra un villaggio addormentato. Hadi mi dice che i giovani emigrano nelle grandi città in cerca di fortuna.
Nel piccolo bazar abbiamo comprato con pochi rial dei poster meravigliosi.
Peccato che non abbiamo visitato la moschea e la sua sala di preghiera descritta così da A. Prouse “la zona sotterranea con l’affascinante sala di preghiera notturna dà un senso di devozione e di raccoglimento che raramente si riesce a percepire altrove”.

 

YADZ, sulla Via della Seta.
L’Unesco ha annoverato Yazd tra le città più antiche del mondo.
Sembra una città fantasma con le abitazioni color ocra e i suoi vicoli stretti e deserti.
L’ aria induce al torpore e al sonno per il clima torrido determinato dalla sua posizione tra due deserti: il Dasht e Lut e il Dasht e Kavir.
L’atmosfera è fortemente spirituale. Non possiamo fare a meno di andare con la mente a Marco Polo che vi giunse tanti secoli fa. Conserva intatto il fascino di un tempo con le sue cisterne, le torri di ventilazione, le sue moschee, il tempio del fuoco, le torri del silenzio.
Questi due ultimi siti, assieme al tempio di Chak Chak, che si raggiunge deviando all’interno del deserto per un cinquantina di km, costituiscono la testimonianza della religione zoroastriana, già praticata dagli Achemenidi durante l’impero, tuttora osservata da diverse migliaia di persiani.
Per andare a Chak Chak bisogna addentrarsi in un paesaggio lunare, dove la montagna dal forte color ocra che si sale per raggiungere il tempio sembra infuocarsi sotto il sole che monta . Manca quasi il respiro, un’essenza spirituale evapora dalla terra e ipnotizza.

 

SHIRAZ, poesia di Persia
La città, definita “poesia di Persia”, ci sorprende dall’alto della strada da cui proveniamo.
Vi entriamo dalla bianca Porta del Corano e subito la ammiriamo per le strade pulite ed ariose, per il suo aspetto vivace, per le piazze variopinte di rosa e per i suoi ameni giardini.
Dopo km e km di strada desertica ed assolata, i suoi colori, la sua frescura, le sue fontane non sembrano veri ma soltanto il frutto della nostra immaginazione, della nostra fantasia.
Adesso capiamo perché Shiraz viene chiamata anche “città dei cento giardini, delle rose, e degli usignoli e del vino”. Stupefacente la bellezza dei monumenti, la raffinatezza dell’architettura urbanistica.
Nei famosi giardini della Tomba di Hafez, poeta persiano del 1200 venerato come un santo, quello che conosceva il Corano a memoria, si trascorrono, nella sala da tè, ore di pace allietate dalle note in sottofondo di musica classica iraniana.
La Porta del Corano risalente a circa 1000 anni fa domina la città. Secondo un’antica leggenda, il viaggiatore la deve attraversare se vuole raggiungere sano e salvo la meta. Oggi, l’attraversano i fidanzati come augurio per il loro matrimonio.
Di sera compiamo il rito del passaggio sotto la porta per augurarci tutto. Poi saliamo sulla rocca adiacente per ammirare dall’alto lo spettacolo di Shiraz di notte con le sue luci che sembrano fuochi d’artificio: sono scintillanti e briose come la natura delle sue donne.
Gruppi di iraniani sono sorpresi dalla nostra presenza e scambiano con noi qualche parola. Una iraniana della mia età esulta nel sentirmi italiana e mi stringe in un abbraccio forte, come di amica smarrita da tempo.
Guardando la città illuminata, mi viene alla mente Fez (città imperiale del Marocco), ma non riesco a riconoscerne il dramma violento.
La visione della moschea del Re della Lampada è scioccante. Milioni di piccolissimi frammenti di specchio sistemati a mosaico rivestono tutto, pareti, volta, il mausoleo centrale con i resti del fratello dell’VIII Imam, in un gioco di luci e colori mozzafiato.
Non crediamo ai nostri occhi, siamo accecati da tanto splendore.

 

PERSEPOLI, il mito
La vista di Persepoli, senza volersi soffermare sui particolari archeologici ed artistici, perché, lo confessiamo, non siamo esperti, appare stupefacente fin dai primi gradini che ci portano alla piattaforma.
Una salamandra fa capolino dall’alto di un arco. Ci appare antica quanto le colonne, le mura, i bassorilievi e ci riporta all’epoca di Dario il Grande.
La lunga scalinata che porta all’Apadana, con i suoi bassorilievi si popola di uomini e cavalli.
Le figure scolpite di re, soldati, schiavi con doni, animali, gioielli, si animano.
Saliamo insieme a loro in fila indiana come ad un processione lenta e rituale. Vengono dagli angoli più remoti del grande impero persiano, dalle 28 regioni sottomesse, per rendere omaggio all’achemenide, l’imperatore, durante i festeggiamenti del No Ruz, il capodanno persiano che ancora oggi, il 21 marzo, si celebra.
Persepoli, fatta erigere appositamente a tale scopo e mai portata a termine, Naqsh-e-Rostam (La vallata dei Re) con i resti di Dario il Grande, Dario II, Artaserse I e Serse I, Pasargate con la Tomba di Ciro, sono luoghi particolari che suscitano pensieri ed emozioni che vanno oltre la valutazione del lato estetico.
La mente mette da parte l’archeologia e il cuore trascina nella storia. Vola altrove, disordinatamente, nel passato poi nel presente. Pensa alle guerre di allora fatte da eserciti schierati l’uno di fronte all’altro, a viso aperto, nella pianura, chi per la conquista, chi per la difesa di un impero, affidando al coraggio e all’onore delle armi la vittoria. E alle guerre di oggi che non vedono eserciti fronteggiarsi……

Questi luoghi ti ricordano che sei nella regione Fars, nel cuore dell’antica Persia.
Ti ricordano che sei nel punto in cui è nata la lingua di Persia e l’ Iran di oggi che, incastonato come un gioiello tra Turchia, Irak, Golfo Persico, Pakistan, Afganistan, Turkmenistan, Mar Caspio, Azerbaijan ed Armenia, occupa un territorio vastissimo, grande come Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Danimarca messi assieme.

Questi siti “riposano” in pianure desolate ma non sono inerti. Sono pietre vive scolpite nella storia per ricordarti che l’Iran di oggi non è un caso ma, come l’Italia e i paesi del Mare Nostrum, il risultato di processo denso di avvenimenti sfociato in una società fortemente strutturata che, nella sua unicità e coerenza, pone famiglia, religione e difesa del proprio suolo al centro di tutto. Una società dove non si esporta la democrazia come una partita di merce….
“L’ Impero d’Occidente” dovrà fare i conti con questa realtà. Dovrà capirla e dialogare.
In queste lande deserte, indotti alla riflessione, abbiamo trovato anche la spiegazione del perché noi italiani siamo entrati subito in sintonia con tutti gli iraniani incontrati.
Sapevamo di essere legati a loro da qualcosa ma non riuscivamo a decifrare.
Vedendo Persepoli abbiamo pensato che ci lega l’orgoglio della storia e della cultura. Abbiamo in comune la cultura ellenistica.
Difficilmente un mittleuropeo potrà avere il nostro sorriso e i nostri occhi che aprono alla fiducia perché in essi si legge il passato.
Siamo sensibili come lo fu Alessandro Magno.

 

“Passeggero, io sono Ciro.
Ho dato l’impero ai Persiani e ho regnato sull’Asia.
Non invidiarmi dunque questa tomba”

 

Alessandro Magno, a Pasargate, di fronte a queste semplici parole incise sulla Tomba di Ciro, il grande imperatore achemenide, si commosse e la lasciò intatta.
Aveva già distrutto Persepoli ed era ben intenzionato a distruggere tutte le vestigia persiane.

 

ISFAHAN
Isfahan è definita la metà del mondo. In questa città la capacità dell’uomo di rappresentare il bello raggiunge vertici inauditi.
Quando ero ragazzo i film ambientati in Oriente esercitavano su di me un grande fascino. Dicevo tra me, un giorno, quando sarò grande, andrò nel deserto e troverò la lampada di Aladino che ha il potere di esaudire qualsiasi mio desiderio o aprirò la bottiglia dalla quale uscirà il gigante che vola ed io volerò con lui attaccato alle sue chiome.
Sogni di ragazzo diventati “realtà”. In Persia i sogni diventano realtà.
Entrate nella Medium-e-Shah da una delle tante strade laterali con gli occhi chiusi e apriteli appena la piazza è davanti a voi.
Hadi così ci ha fatto fare.

Ricordate il film di Ali Baba quando i 40 ladroni, arrivati all’ingresso del proprio rifugio, dicevano “Apriti Sesamo” ? Una pesante porta si apriva sul fianco della montagna e cavalli e cavalieri entravano. La porta si chiudeva alle loro spalle. Allo spettatore la grotta si presentava zeppa di forzieri semiaperti da cui traboccavano smeraldi, oggetti d’oro ed argento, brillanti, vesti preziose...
Appena aprite gli occhi vedrete qualcosa di simile, rimarrete a bocca aperta e niente o nessuno riuscirà a trattenere la vostra esclamazione di meraviglia. Poi, superati i primi attimi di incredulità e stupore, tornerete alla concretezza della visione di una della cose più belle del mondo. In assoluto!
E’ uno dei sogni che diventa realtà. Questa è Persia!
500 metri di lunghezza x 160 di larghezza, circondata ai quattro lati da centinai di archi sovrastanti altrettanti negozi della stessa fattura, zeppi di oggetti scintillanti. Questi archi si rincorrono uno dietro l’altro, tutti uguali, interrotti ai quattro lati soltanto dall’ingresso del bazar, dalla Moschea dell’Imam, dalla Porta di Alì e dalla Moschea delle Donne.
In quest’ultima gli architetti dell’epoca si sono sbizzarriti: al centro della cupola un mosaico rappresenta un pavone senza coda. La luce che filtra attraverso i vetri colorati disegna la coda del pavone la cui lunghezza ed ampiezza variano a seconda dell’ora del giorno e del punto di osservazione.
Al centro della piazza vasti prati con una grande vasca con fontane con i loro giochi d’acqua multicolori. Magie d’oriente!
Così lo Shah Abbas il Grande la volle nel 1612.

La medium è simbolicamente il principio e la fine del viaggio. Segna il luogo di appartenenza ed insieme il punto di riferimento dell’iraniano, del suo cammino spirituale. E’ grandiosa, ma non ti senti smarrito, ti accoglie come nel suo grembo, nella dolcezza delle sue fontane e dei suoi prati. Il susseguirsi e la continuità degli archi sembrano accompagnarti dolcemente e piacevolmente verso i luoghi di culto, alle varie moschee che accolgono ed esprimono nelle forme astratte, nei disegni dei mosaici, nella luce, nei colori ma anche nella nudità e semplicità di quella dei nomadi, tutta la religiosità di questo popolo, del suo modo di essere e di vivere la realtà, nell’intimità, nella discrezione, nell’equilibrio.
Il placido fiume Zayandè con i suoi ponti e annesse sale da tè, il bazar, le moschee, il giardino degli 8 paradisi, l’hotel Abbasi... Tutto concorre a rendere questa città unica.
Ci piace ripetere la frase dello scrittore A. Malraux: “Chi può vantarsi di aver visto la più bella città del mondo senza essere stato, prima, a Isfahan?"
L’atmosfera di Isfahan è decisamente orientale.
Mancano solo i cavalli alati e i tappeti volanti. Ma forse li abbiamo visti. No, scusate, è stato un sogno!

 

Verso il Trono di Salomone
Il villaggio iraniano si trova nel nord del paese, in una delle zone più povere ed interne del Kurdistan ai piedi del Trono di Salomone, antichissima cittadella fortificata costruita a 2000 metri di quota.
Il percorso è poetico.
Le donne dei villaggi di fango e paglia, coloratissime e cordiali, salutano con entusiasmo.
Il curdo, agile nonostante i 92 anni, dal volto segnato da profonde rughe ma dagli occhi vispi e giovani, un tempo custode del sito Takt-e-Soleyman (Trono di Salomone) ci accoglie nella sua casa tutta tappeti e niente mobili.
La moglie si apparta secondo il loro costume. Ci raggiunge solo dopo nostre insistenze. Sorseggiando il tè nella stanza riscaldata da una stufa a petrolio le chiediamo l’età. Non la conosce. La chiediamo al marito. Nemmeno lui la conosce.
Ci dice con semplicità e naturalezza che l’ha sposata quando era giovane e bella. Non gli importava altro. Stanno insieme da una vita, non sa da quando ma sa che stanno bene, fuori dal clamore asfissiante di una umanità sempre più nevrotica ed in carriera.

 

Il pic-nic del venerdì, must iraniano
Il venerdì in Iran è giorno festivo. Famiglie intere si riversano sui prati cittadini, stendono tappeti, montano tende e trascorrono l’intera giornata. La temperatura già sale il giovedì pomeriggio.
Hadi, scherzando, diceva che in Iran c’è la febbre del giovedì sera come in occidente c’è quella del sabato sera.
La cosa stupefacente è che, il venerdì sera, quando tutti tornano a casa i prati sono immacolati come i giorni precedenti. Forse su di essi si sono seduti spiriti e non persone in carne ed ossa.
L’altra cosa sorprendente è osservare il contrasto del nero di centinaia e centinaia di chador sul verde del prato. E’ una visione unica, incredibile, irripetibile in altre parti del mondo. Specialmente se osservi da lontano ed hai una prospettiva ampia, come il grandangolo di una macchina fotografica.

 

Le sale da tè
Sono luoghi particolari frequentati da soli uomini che in religioso silenzio fumano il narghilè distesi su cuscini e tappeti. Quasi sempre al centro della sala c’è una piscina con fontana zampillante che ricorda l’impluvium romano.
Sembrano immersi in una dimensione trascendente. Allora associare il narghilè all’hashish diventa naturale, spontaneo. Non è così. Avevamo già visto altrove fumare il narghilè, ma si trattava di mondo arabo. Qui in oriente è diverso.
Come nelle sinfonie di Beethoven ad una nota deve seguire necessariamente quella che l’autore ha scritto come successiva e non un’altra, cosi il rito del narghilè, in Persia, non può essere che quello e non un altro. Viene spiritualizzato, come sono spiritualizzati molti comportamenti degli iraniani. Deve essere necessariamente in sintonia con il loro modo di essere.
Le sale da tè che si trovano sotto gli archi dei ponti di Isfahan aggiungono un fascino diverso. Non sono chiuse ma aperte, ariose. Più giovanili e briose, meno interiorizzate e più estroverse.
Vedi il fiume che scorre alla tua destra, alla tua sinistra e sotto di te attraverso le grate.
Vedi in lontananza la riva alberata, le barchette a forma di cigno ormeggiate, senti il fruscio della brezza.
C’è un tocco di signorilità e di femminile rispetto alle sale da tè solo cuscini, tappeti e fumo intrappolato.
Tuttavia il modo di fumare il narghilè non cambia.

La Casa della Forza
Hadi ci riserva un fuori programma come era spesso solito fare con la sua astuzia e grazia.
Entriamo in un edificio nei pressi del bazar di Isfahan.
In una grande sala vi è al centro una piattaforma circolare, tutto intorno le gradinate e su un lato un uomo dietro ad un grande tamburo e altri strumenti musicali, per la maggior parte campane e campanelli. Intona con voce potente e profonda, coordinata perfettamente con le percussioni e i movimenti degli atleti, canti rievocativi della fede in Allah, in Maometto ed Alì : è il maestro della palestra.
Il canto marca il tempo delle evoluzioni degli atleti.
Senza il suo canto gli atleti non potrebbero esprimere quella forza, senza quella forza il maestro non potrebbe esprimere il suo canto.
Una simbiosi perfetta intrisa di misticismo e carnalità.
Danzano velocemente come i dervisci rotanti, ma la loro è una danza di guerra, concreta, non il tentativo di ascesa a Dio.
Sollevano o lanciano in alto oggetti pesantissimi che raccolgono a volo come prestigiatori facendoli apparire leggeri a noi increduli spettatori. Alla fine dell’allenamento-spettacolo ho alzato di un mezzo metro uno di quegli oggetti che prima avevo visto volare. Ho dovuto usare entrambe le braccia.
E’ lo Zurkaneh, sport millenario il cui significato più profondo però è quello di soccorrere i più deboli e bisognosi anche con l’uso della forza, se necessario.
Gli atleti sono giganti buoni.

 

Hadi ci racconta una storia:
“un giorno un campione della casa di forza incontra una persona che piange disperata. Gli chiede il motivo di tanto dolore. L’afflitto piange perché il giorno dopo deve combattere col campione numero 1 della casa di forza e sicuramente sarà umiliato. Il campione lo consola e tranquillizza. Il giorno dopo si tiene l’incontro e il campione n. 1 perde”.
Cioè decide di perdere!

Hadi scoppia in lacrime mentre racconta. Fa commuovere anche noi. Gli chiediamo il motivo del suo pianto. La sua emozione deriva dalla consapevolezza che in Iran resiste questa tradizione fatta di altruismo e solidarietà verso i più deboli.

Forse anche lui al momento della partenza per il suo lavoro con noi ha affidato i propri cari alla casa di forza di Teheran. Non lo dice ma lo lascia intendere.
Anche questo è l’Iran!

 

I martiri della difesa
La patria è sacra. L’Iran ha avuto un milione di morti nella guerra Iran-Irak
Il Paese fu aggredito da Saddam e gli iraniani accorsero in massa a difendere il loro sacro suolo. Tanti, tantissimi i volontari.
L’Iran non piange i propri morti, li onora. Le famiglie che hanno perduto un loro caro in guerra sono orgogliose. Non c’è villaggio o città che non esponga su grandi tabelloni i volti di coloro che sono morti per la patria: sono i martiri della difesa. Così li definiscono gli iraniani.

 

I tulipani neri
What do you think about our chador?
Così, senza dire nemmeno good morning, alcune ragazze, nel Giardino del Paradiso di Shiraz , ci hanno letteralmente bloccati.
La gioventù iraniana, tanta, (il 70 % della popolazione ha meno di 30 anni e la maggior parte non ha vissuto la rivoluzione di Komehini o non ricorda niente) è una pentola in ebollizione. Non passerà molto tempo ed esploderà.
Sono completamente d’accordo con Anna Prouse, giornalista che ha girato in lungo e in largo il paese, quando dice che gli Ayatollah più intransigenti hanno i giorni contati.
Però sono dolci, tenere e simpatiche. Piene di vita e con una gran voglia di comunicare, come tutti gli iraniani. Sono più coraggiose, più estroverse, meno timide degli uomini.
Segneranno le nuova società iraniana che come un magma sta salendo in superficie.
Sono fiori dal colore nero che emergono dal verde dei prati che domina tutte le città.
Le abbiamo appiccicato il termine di tulipani neri. Che hanno gradito ed apprezzato.
Era per loro una vera gioia poter comunicare con noi, erano felici del fatto che eravamo andati nel loro paese senza timori nè pregiudizi.
Le ragazze di città quasi certamente non tollerano il velo e chiedono il nostro parere. Cosa potevamo dire? Non potevamo capire né giudicare. O meglio capivamo ma non potevamo giudicare a viso aperto. Avremmo finito per parlare di politica e ciò non era possibile.
Secondo la nostra cultura l’imposizione del velo rappresenta la sottomissione della donna.
Ma è proprio così visto che la donna, in Iran, oggi, nonostante il chador e le apparenze, è regina incontrastata in famiglia ed occupa posti anche di rilievo nella società ?
Basti pensare che il 33% degli scienziati iraniani è costituito da donne.
Crediamo invece che il velo marchi la necessità delle classi dirigenti più che di “preservare” la società dalle influenze occidentali, dove talvolta la rappresentazione della donna è quella di un oggetto, soprattutto quella “conservare” il proprio potere attraverso il controllo della donna: perché la donna iraniana, oggi, può essere l’artefice del cambiamento.
Sono soprattutto le donne di Shiraz ed Isfahan quelle più infiammate. Abbiamo visto nei loro occhi il fuoco della rivolta, visto nei loro sorrisi aperti, genuini, la certezza di essere pronte al cambiamento.
Cari tulipani neri, che ben venga e vi auguriamo anche presto. Ma attente, l’occidente non è il Paradiso Terrestre. La donna è libera, può fare e dire ciò che vuole, ma la sua vita spesso è dura. Molte non ce la fanno e cercano le scorciatoie dell’effimero, il cinema di evasione, la televisione. Poche ci riescono, tante diventano oggetto.
Prendetevi la parte buona dell’occidente, non lasciatevi travolgere.

 

LA COMMOZIONE (di Andreina) ALLA PARTENZA
Il viaggio è terminato. Torno a casa con un sentimento di dolce nostalgia e malinconia per aver lasciato una terra dove mi sarebbe piaciuto soffermarmi un pò di più, per conoscere meglio questa gente meravigliosa, un pò meridionale nella comunicazione, nel sorriso. Si avverte sensibilmente la voglia a volta struggente di comunicare.

Ciao tulipano nero, ciao perla nera del dolce fiume di Isfahan. Forse un giorno non troppo lontano potremo incontrarti nella strade dell’Iran ancora più sorridente e gioiosa perché il velo che indossi oggi potrai indossarlo come tua scelta libera. A noi sei piaciuta così!

D’ Iran cara dolce donna
D’ incanto e sorpresa
Mi piace vederti
Sbocciare
Come tulipano nero
Dalla natura
Dei tuoi monti e delle valli
O incedere misteriosa
Nel brulichio delle strade
Delle tue vivaci città
Ed ancora nascere
come perla nera
dal dolcissimo fiume di Isfahan.
Eterea ed evanescente
Scopro nella luce infiammata
Dei tuoi occhi e nel vibrante e musicale suono della tua voce
La tensione delle corde di un violino,
pronto ad emettere
la più dolce e potente melodia,
quella che canta la conquista della libertà.
Sono sicura che quel giorno riuscirai a difendere anche la tua intimità,
a preservarla dai rischi dell’ effimero .
Sono sicura che con saggezza ed equilibrio ci riuscirai.
                                                               (Andreina)

Vogliamo concludere ringraziando tutti i compagni di viaggio che con la loro entusiasta partecipazione hanno consentito la realizzazione di questo sogno.
Un sincero ringraziamento va ad Hadi, la nostra bravissima guida. Ha profuso il suo impegno con costanza e serenità, sempre oltre i “suoi doveri d’ufficio”.
Il suo comportamento è stato un concentrato di professionalità, saggezza e psicologia.

 

NANDO MARINO E ANDREINA ARPAIA

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