| ||||||
risoluzione consigliata 1024x768 o superiore, browser Mozilla Firefox o IE5.5+ |
IN IRAN IN MOTO
[...] 15 agosto: Maku – Kandovan – MiandoabBella giornata calda, facciamo il pieno a 4.000 rial al litro (zerovirgolaventottocentesimi) e partiamo in direzione Tabriz per poi sconvolgere totalmente il nostro piano deviando verso Kandovan, accreditata come la “cappadocia iraniana”.
Abbiamo fiuto per scegliere i posti da visitare noi. Infatti è il 15 agosto che da noi sarebbe ferragosto. Io adesso non lo so se gli iraniani festeggiano il ferragosto ma sicuramente è VENERDI’ e per gli iraniani OGNI maledettissimo VENERDI’ è come il nostro ferragosto e il caldo della mattina si è trasformato in un forno per sciogliere l’acciaio. Arranchiamo carichi verso Kandovan su una strada trafficata come Porta Portese la domenica mattina. La strada è stretta e i 3.000.000 di abitanti di Tabriz più i parenti venuti da fuori sono lì, in macchina, in pullman, a piedi, in motoretta, come un serpentone in salita su quella stradina lastricata di pietroni lisci come vetro unto.
Schiattare di caldo in moto. Per fortuna in fila il tempo passa tra una chiacchiera e l’altra con gli iraniani che non danno assolutamente segno d’insofferenza, anzi sembrano perfettamente a loro agio nel braciere di Kandovan. Arriviamo in cima e non c’è posto nemmeno per parcheggiare uno spillo. Visitare le stradine in quelle condizioni è proibitivo, quindi ci mettiamo sotto gli alberi, Daniela compra il pane e ci prepariamo al nostro ennesimo appetitoso pranzo a base di Tinsemal e Tacchin-tonné. Ovviamente fraternizziamo e rimediamo anche cibo e tè, ricambiando il tutto con le uniche cose che non ci mancano: chiacchiere e spillette per i bambini.
Riscendiamo da Kandovan che si potrebbe tranquillamente camminare sui tetti delle Paikan e delle Saba in fila come tante formiche colorate. Ci fanno tutti lo stesso segno con la mano vicino all’orecchio (tipo Toni quando segna, ma con la faccia interrogativa) e finalmente capiamo cosa significa: Moltiplicate le mille macchine in fila per il numero di finestrini e aggiungete quelli che se lo facevano ripetere perché non avevano capito.
Senza più voce e disidratati, arriviamo a Miandoab. ‘Sta cosa li destabilizza un po’ e alcuni si mettono a ridere e cominciano a scattare le foto con i telefonini. Tornano Daniela e Luigi perché in hotel ci hanno chiesto troppo e quando c’è da discutere e fare la figura del “peracottaro” chiamano me. Farfuglio qualche parola in italo-inglese e quello alla reception, credendomi forse bosniaco, compone veloce un numero al telefono e mi passa la cornetta Tutti ci salutano e si fermano per scambiare quattro (a volte tre, a volte due o una, a volte nemmeno quella) chiacchiere.
Tornando in hotel entriamo in una delle numerosissime pasticcerie e ci facciamo fare un vassoio di dolci spettacolari.
16 agosto: Miandoab – Takht-e Soleiman – HamadanTutto giallo, tutto marrone, non siamo sicurissimi della strada e fermiamo un camioncino.
Uno degli occupanti deve essere un cartografo o un satellite russo perché ci disegna su un foglio di carta mezzo Iran e la strada precisa al metro. Proseguiamo ormai sicuri finché improvvisamente in mezzo al deserto una chiazza blu intenso. E’ Takht-e Soleiman (trono di Salomone).
Il posto è veramente suggestivo, parcheggiamo le moto sotto le mura di questa sorgente fortificata e luogo sacro agli zoroastriani e in un attimo si forma il capannello di gente intorno a noi. Passiamo il tempo intorno alla sorgente scattando foto e chiacchierando con una famiglia zoroastriana di Teheran. Si riparte in direzione Hamadan e qui scatta la trappola iraniana. Al primo benzinaio ci rifiutano e ci mandano al successivo distributore (era tutto calcolato). Facciamo benzina ma ci passiamo mezz’ora tra chiacchiere e foto ricordo.
Davanti al benzinaio c’è un kebbabaro che ci ispira erroneamente fiducia e ci accomodiamo. Meglio: arrivano tre panini e sono solo… mi frego le mani e attacco il primo… ma ecco riapparire i due rapiti con in mano uno scatolone pieno di pasticcini e dolci…saranno due kg abbondanti e nonostante le insistenze non sono riusciti a pagarli. Commentiamo sottovoce questo strano atteggiamento degli iraniani che sicuramente avranno in mente qualche tranello… finiamo di mangiare e chiediamo il conto: Moroboschi è livido di rabbia, stringe i pugni e sibila tra i denti: “Bastardi!!!! Ci vogliono mettere in difficoltà…” Decidiamo che è arrivato finalmente il momento di fargli vedere di che pasta sono fatti gli italiani e sfoderiamo l’arma segreta nascosta nel bauletto: la maglietta azzurra con scritto sopra “ITALIA”. Il combattimento che ne segue è breve ma intenso: strette di mano, baci, abbracci e foto con la famiglia di questa vile canaglia.
Riprendiamo di corsa le moto e scappiamo dal negozio… dopo pochi secondi dagli specchietti vediamo una macchina verde al nostro inseguimento… con il cuore in gola acceleriamo ma non riusciamo a seminarla…
e in un attimo ci piomba addosso, ci sorpassa e ci inchioda davanti costringendoci a fermarci sul bordo della strada. Comunque il risultato finale è: Iran batte Italia 3 a 1.
Entriamo ad Hamadan, c’è un casino bestiale; per cercare un albergo ci fermiamo vicino Imam Khomeini square (ogni città iraniana ne ha una). Moroboschi è circondato da circa duecento persone. Troviamo un albergo, ci laviamo, cambiamo e ci ributtiamo per strada. Sermoni improvvisati, una marea di gente, altoparlanti che sparano preghiere e petardi verso il cielo… ci rimorchiano due ragazzi che chiameremo con due nomi di fantasia Mogi & Pagi, per preservare la loro privacy, ci fanno fare il giro della città a piedi abbindolandoci con il miraggio di portarci a mangiare in un posto tradizionale… invece vogliono solo chiacchierare con noi però poi, sotto la reale minaccia di ucciderli se non ci portano in un posto dove si mangia, si piegano, e dopo un’ora e mezza passata a camminare, finalmente ci accontentano. Si parla di un po’ di tutto compreso il fatto che si sono francamente rotti un po’ le palle del regime degli Ayatollah. Ci riaccompagnano in albergo e ci salutiamo.
17 agosto: Hamadan – EsfahanChe cominci la festa!!!!!
L’aria è secca e rovente …o vomiti o ti esce il sangue dal naso ma almeno non si paga il biglietto.
Ho capito che se non mi spiccio questi due invasati mi fanno fuori senza tanti complimenti. Mi ficco terrorizzato tre etti di fazzolettini dentro il naso e ripartiamo. Siamo diretti verso una delle più belle città dell’Iran: ha la seconda più grande piazza al mondo, ha un ponte che solo a guardarlo in foto ti vengono i brividi. Esfahan, la metà del mondo, Esfahan, l’ombelico del mondo… e noi, in questo ombelico ci stiamo entrando, in moto, carichi come muli, dopo migliaia di chilometri. Planiamo quindi su Esfahan da ovest.
C’è un lungo viale con le solite aiuole piene di gente che cerca refrigerio sotto gli alberi e i cespugli. Passiamo come in parata a volo radente, siamo euforici e le fotografie e le riprese con la telecamera che ci fanno incredibilmente da un corteo matrimoniale amplificano questa sensazione di entusiasmo e ottimismo. Fa caldo e dopo aver preparato e bevuto l’ennesimo “bombone” a base di sali minerali, aspettiamo l’imbrunire per andarci a fare il giro nella “piazzetta” Naqsh-e jahàn “immagine del mondo”, la seconda piazza più grande dopo piazza Tienanmen. A mano a mano che ci avviciniamo, attraversando giardini curatissimi, aumenta la fiumana di folla diretta nello stesso posto dove stiamo andando noi… sono strade e vicoli trafficatissimi di gente e mezzi di ogni genere che confluiscono verso un portone che appena varcato… io credo che qui finiscano le parole. Non sono in grado di descrivere quello che ho visto, le emozioni che ci hanno attraversato, i suoni percepiti e lo stupore provato. Sicuramente questo posto è l’essenza del nostro viaggio itinerante in moto in Iran. E’ la visione che ti ripaga di tutte le fatiche, del sudore, della stanchezza, che ti fa battere il cuore specchiandoti nell’anima degli altri che ti circondano e che ti fa pensare semplicemente:
Ci sediamo attoniti ammirando migliaia di persone che come noi sono lì, sedute sull’erba o a passeggio, che parlano, mangiano gelati o sorseggiano l’immancabile tè tutto in un’atmosfera di armonia e pace alla quale noi non siamo forse più abituati da tempo. Ci facciamo notte in piazza, parlando, scambiando sorrisi, saluti e strette di mano con decine di persone, tra cui un bambino-uomo afgano che a tredici anni è già scappato da una guerra devastante, studia con profitto, conosce tre lingue e te lo dice con una pacatezza e una serietà che vorresti tornare a casa solo per distruggere le play station e le tv che riducono la maggior parte dei suoi coetanei italiani in larve istupidite.
La gente ci saluta semplicemente, tutti ci sorridono e molti ci fermano per parlare con noi… uno addirittura prende Moroboschi per giapponese! E’ notte fonda quando alziamo bandiera bianca, ci congediamo amabilmente e torniamo in albergo.
18 agosto: EsfahanGiornata dedicata completamente alla città e il primo giorno di “riposo” dopo sette giorni consecutivi di moto. Daniela con la solita divisa d’ordinanza azzurra e fioccone bianco in testa, il Moro ed io, rispettivamente cugino e marito, ai lati, ciabattiamo per chilometri nella città che gli iraniani chiamano “la metà del mondo”, ci intrufoliamo nell’antico bazar facendoci trasportare in estasi dalla corrente di gente che lo anima, entriamo nelle straordinarie e meravigliose moschee e immancabilmente ci ritroviamo nella grande piazza come particelle d’acqua attratte dal vortice di un mulinello.
Per arrivare alla stanza dell’albergo c’è una scala ripidissima, come se non bastassero già i 1.590 metri s.l.m. della città: l’affronto come fosse l’ultimo strappo per l’assalto finale alla parete nord dell’Eiger senza l’ausilio dell’ossigeno e poi, mentre mi si annebbia la vista, collasso su uno dei tre letti presenti… o almeno così mi pare di ricordare…
19 agosto: Esfahan – Pasargade – ShirazCi svegliamo presto. Vogliamo provare ad entrare di soppiatto in moto nella piazza per fare qualche foto impostaci dagli “sponsors” quando ancora Esfahan sonnecchia. Il problema è che qui alle nove di mattina sonnecchiano un po’ tutti compreso il cuoco dell’albergo e non possiamo assolutamente rinunciare alle cipolle, alle uova, ai cetrioli e ai pomodori della colazione iraniana… ormai abbiamo le nostre abitudini e se non inzuppiamo le olive nel tè non carburiamo e ci gira la testa tutto il giorno. Imbocchiamo nella piazza in perfetta configurazione da viaggio, facciamo le foto aspettandoci da un momento all’altro una raffica di kalashnikov che ci seghi in due, e ripartiamo in direzione Shiraz tra lo stupore dei pochi pedoni insonnoliti.
Altre montagne bruciate dal sole, altri panorami, si comincia ad intuire la vastità di questa nazione. Non so quanti km abbiamo fatto fino a qui ma l’importante è “spezzare il fiato” e ormai ci possiamo pure addormentare sulla moto o inserire il pilota automatico.
In mezzo al nulla ci sorpassa una macchina, capisco dallo sguardo serio e concentrato del conducente e dalla puzza di bruciato che emana dallo scappamento che per farlo ha spremuto veramente tutto quello che il motore poteva dargli… Scendono dalla macchina con già in mano dei bicchieri di tè fumanti. Comunichiamo attraverso i soliti sorrisi e i soliti gesti, comuni alla brava gente di tutto il mondo, e sembra di capirsi come se ci si conoscesse da tempo, senza barriere linguistiche e culturali. Si fermano altre persone che stando in mezzo a un deserto, ancora oggi non ho capito da dove siano uscite.
Vanno alla macchina e ritornano con le mani piene di pesche. Facciamo fatica a trovare spazio nelle borse della moto per tutto questa frutta che ci stanno regalando. Ci salutiamo con abbracci, baci e l’invito ad andarli a trovare a casa loro a Shiraz. Ripartiamo. Fa caldo ma c’ho un leggero brivido lungo la spina dorsale, i peli delle braccia dritti e un fastidioso appannamento alla vista. Il nostro prossimo obiettivo è la Piana di Pasargade quella che fu la capitale dell’impero achemenide a partire dal 550 a.C. circa e dove nel bel mezzo spicca la Tomba di Ciro il Grande.
Il monolite si staglia bianco e solitario su una pianura piatta e immensa, spazzata da piccoli tornado di sabbia. “Passeggero, io sono Ciro. Ho dato l’impero ai Persiani e ho regnato sull’Asia. Non invidiarmi dunque questa tomba”. Si narra sia stata proprio questa semplice frase a trattenere la furia di Alessandro Magno deciso a distruggere tutte le vestigia dell’impero persiano.
Siamo gli unici stranieri, ci togliamo giacche e caschi e gironzoliamo solitari in moto per il sito archeologico cantando a squarciagola “Vacanze romane”. E’ bello accorgersi di come, al raggiungimento di determinate mete, sognate da mesi ed evocate quasi come luoghi magici, tutta la fatica, i dubbi e i timori scompaiano, lasciando il posto ad una gioia infantile e contagiosa. Siamo a 1.900 metri di altezza ma fa un caldo che la metà basta. Ci fermiamo nei pressi del sito e da veri turisti imbocchiamo nel cortile di un ristorante “ufficiale”. Stiamo parcheggiando le moto cercando di metterle il più possibile all’ombra, quando ci si avvicina un ragazzo che in uno stentato e curioso italiano comincia a parlarci… Insomma, per essere un iraniano lo parla abbastanza bene! Si chiama Luciano, è simpaticissimo, è emigrato in Germania con la sua famiglia che aveva due anni, lavora in una vetreria, si è sposato una ragazza iraniana conosciuta lì ed è in Iran in vacanza insieme ad altri amici iraniani e tedeschi. Facciamo il solito casino italico lasciando stupiti e divertiti iraniani e tedeschi e ci promettiamo, come si fa sempre in maniera ottimistica in queste situazioni, di rivederci appena possibile.
Un po’ sudaticcio e dopo aver fatto delle foto notturne al castello di Shiraz con la sua famosa torre pendente che manco gli esperti pisani sono riusciti a consolidare, seguo un po’ rintronato Luigi e Daniela che si riavviano verso l’albergo. Domani è il grande giorno. Domani assaltiamo Persepoli.
20 agosto: PersepoliALL’ALBA! ALL’ALBA!!!!!
Addì 20 Agosto dell’anno del Signore 2008, ore 08,00 (le 05,30 in Italia). Sul filo dei 110 km orari due moto avanzano baldanzose verso Persepoli. Parcheggiamo all’inizio di un viale immenso lastricato in marmo che porta all’entrata principale del sito. Soliti salamelecchi con il parcheggiatore, biglietti pagati, formulario compilato (che bello leggere tutte le nazionalità dei turisti che lo hanno compilato prima di noi: Canada, Spagna, Rep. Ceca, Giappone, Nuova Zelanda….
Borracce d’acqua riempite con la solita pozione magica che magari non serve a niente ma fa tanto “adventure”, cappelli, occhiali da sole e crema solare fattore 50. Ci apprestiamo ad entrare in Persepoli, accarezzando le stesse colonne di quella che fu una delle capitali più famose e splendenti dell’antichità e calpestando la stessa polvere calcata 2300 anni fa dalle falangi macedoni che la incendiarono e ridussero in rovina. Mi chino e raccolgo una manciata di questa terra carica di Storia per riportarla a casa. Passiamo a bocca aperta attraverso l’imponente Porta delle Nazioni dopo essere saliti lungo le scalinate ai lati delle mura ciclopiche. Le scale erano studiate in modo tale che con i loro bassi e ampi gradini non intralciassero l’elegante e solenne incedere dei dignitari di corte. Dalla collina sovrastante si può godere della vista d’insieme della residenza imperiale con la possibilità di coglierne la maestosità tanto da far esclamare a Moroboschi: “Versailles era lo sgabuzzino di Persepoli!” Tutto era stato costruito in funzione di impressionare visitatori e dignitari stranieri esaltando la gloria dei re persiani con spazi enormi, colonne altissime e marmi neri. La cosa straordinaria è come, nonostante distruzioni, saccheggi e il passare del tempo, mantenga ancora oggi questo fascino fiero e solenne. Fraternizziamo, come ormai ci capita ovunque e in qualsiasi situazione, con gli iraniani in visita al sito: loro fotografano noi, noi fotografiamo loro e poi ci fotografiamo tutti insieme.
Stremati dal gran caldo arranchiamo verso le moto per dirigerci su Naqsh-e Rostam, il sito dove sono sepolti quattro re della dinastia Achemenide. Il sito si trova a circa tre km da Persepoli ma ci perdiamo ignobilmente e ne facciamo almeno trenta prima di recuperare la giusta rotta. Sarà per il gran caldo o forse per l’arsura unita ad un ingiustificato ottimismo che mi affaccio nel gabbiotto del guardiano e con un affabile sorriso chiedo, cercando di superare il frastuono della radio, del televisore e del condizionatore accesi, se è possibile entrare e parcheggiare le moto sotto le tombe. Il guardiano lascia il pranzo, spegne radio, tv e condizionatore, si fa ripetere la domanda sicuro di non aver capito bene, poi mi guarda come se fossi uno squilibrato e mi dice con dolcezza: “E’ vietato”. Saliamo a piedi. Lo spettacolo nella sua selvaggia maestosità è semplicemente superbo. Le quattro tombe scavate nella parete rocciosa a diversi metri dal suolo vengono attribuite a Dario I, Artaserse I, Serse I e Dario II.
Torniamo spensierati verso Shiraz. Talmente spensierati che su nastri d’asfalto deserti superiamo abbondantemente i limiti di velocità. Ci ferma la polizia munita di tele-laser. Chiedono i passaporti ma li abbiamo lasciati in albergo a Shiraz…ci chiedono se siamo inglesi, poi tedeschi poi francesi….siamo italiani….italiani? CAMPIONI DEL MONDO!!!! Moroboschi snocciola tutte le formazioni dell’Italia dal 1934 ad oggi e ci mette sempre in mezzo Francesco Totti…FUNZIONA! OK! Ciao-ciao e andate piano.
Arriviamo a Shiraz e la attraversiamo tutta per andare a visitare le famose Torri del Silenzio, delle basse colline dove sulla sommità i seguaci dello zoroastrismo esponevano i corpi dei defunti. Pare che a quel punto i corvi ne decidessero la rettitudine, e di conseguenza il loro destino ultraterreno, beccando per primo l’occhio sinistro o l’occhio destro. Osserviamo dal basso in alto le collinette desolate e arse dal sole implacabile del primo pomeriggio iraniano e desistiamo dall’arrampicata che potrebbe rivelarsi fatale anche senza corvi. Riguadagniamo l’albergo e la meritata prima pennichella pomeridiana della vacanza. Dopo tanti tentennamenti tiriamo finalmente fuori le magliette con il simbolo iraniano di “Allah” stampato dietro. Non siamo molto sicuri dell’accoglienza che riceveranno queste magliette e, principalmente, noi che le indossiamo. Prima della partenza, a magliette già stampate, ci sono stati pareri contrastanti in uno spettro che andava dal “Vi useranno come scudi umani nelle centrali atomiche” al “Vi fucileranno sul posto, contro un muro con l’effige di Khomeini”.
Quindi é con un po’ di timore che portiamo fuori le nostre magliette a passeggio nella calda serata di Shiraz ma ormai a Persepolis siamo andati e succeda quel che succeda. Di fronte al primo che mi dovesse chiedere conto e ragione di questo simbolo islamico indossato da un infedele, sono pronto a gettarmi in ginocchio e a chiedere perdono. “No” gli rispondo secco sperando intimamente di chiudere lì la discussione. E lo ripete ad altri nel frattempo convenuti per assistere a quello che io credo sia un processo pubblico in piazza con successivo linciaggio. Mentre lentamente mi ricomincia a scorrere il sangue nelle vene, mi accorgo che in una macelleria c’è appeso un quadro raffigurante la madonna con il bambino e capisco a che livello sia arrivato il lavaggio del cervello che ci fanno quotidianamente a casa nostra. Proseguiamo tranquillamente verso il centro mentre non smetto di rimuginare anche con un leggero disappunto sul fatto di ritrovarmi in classifica, e nonostante tutti gli sforzi fatti, addirittura dopo gli zoroastriani dei quali, con tutto il rispetto, a male pena ne supponevo l’esistenza. Arriviamo alla moschea del Venerdì nel momento migliore. Il posto è deserto e silenziosissimo. La luce del tramonto che filtra attraverso le vetrate regala un’atmosfera fiabesca e contemplativa. Fuori un simpatico vecchietto ci spiega la presenza su tutti i muri della moschea di tanti mattoni in legno. Si mette a traballare accompagnando il movimento con un suono cupo dalla bocca. Finalmente capiamo! Quei mattoni in legno sparsi nella struttura servono da “ammortizzatori” durante i terremoti. La moschea è del 1281, l’Iran è un Paese fortemente sismico, la moschea è ancora perfettamente in piedi, quindi i mattoni di legno hanno funzionato!
Per cena decidiamo di seguire il consiglio della Lonely Planet e andiamo a mangiare al ristornate Ali Baba che si rivelerà uno dei peggiori posti nei quali abbiamo mangiato con in più la pretesa del “ristorantone”. La famosa guida continua a rivelarsi, almeno nei consigli per mangiare e dormire, e per quanto riguarda la nostra esperienza, una vera bufala. Attraversiamo il viale rischiando di morire almeno un centinaio di volte e ci lanciamo a pesce sul sospirato materasso.
21 agosto: ShirazAvrebbe dovuto essere una giornata di riposo, invece si rivelerà una giornata campale. Solita “colazioncina” leggera e si esce belli pimpanti alla ricerca della chiesa cattolica di Shiraz. Non facciamo nemmeno troppa fatica a trovarla con tutte le indicazioni che ci danno. In mezzo a basse palazzine si staglia la cupola con un’inconfondibile croce cristiana sopra.
Suoniamo al cancello principale, bussiamo, chiamiamo a voce, cerchiamo di sbirciare dentro attraverso il buco della serratura. Le proviamo tutte. Niente. Lungo il muro c’è pure un’altra porticina in ferro ma un inequivocabile cartello in inglese e in farsi, lascia intendere che chi ci abita si è scocciato di tutte le scampanellate dei turisti in cerca dell’entrata.
Siamo nel cuore dell’antico bazar di Shiraz alle prese con spezie, lampade di Aladino, teiere made in Cina e stoffe che i mercanti si affrettano a dichiarare con orgoglio essere state prodotte in…Vietnam. Tutta roba che, sono sicuro, non compreremo mai! Siamo proprio all’incrocio tra vari tunnel del bazar: da una parte si dirama il settore degli ori e delle pietre preziose, dall’altra quello delle spezie, di là ci sono i tessuti, più su i calzolai e i conciatori. Insomma, stiamo proprio in mezzo. Continuiamo il giro per lo shopping fino a quando una bambina ferma Daniela.
Ormai siamo smaliziati e capiamo che pure ‘sta volta sarà durissima uscire indenni dallo scontro tra le due culture contrapposte. Io già mi perdo con le parentele mie in Italia, figuriamoci con quelle degli iraniani…. mi gira la testa, non ci sto capendo più una mazza e mi allontano di qualche metro per fare le foto. Non lo avessi mai fatto!!! Tutti a fare foto, pure la gente che passa lì per caso. Ad un certo punto scoppia pure un mezzo casino: lì vicino béccano un ladro che s’è fregato qualcosa in una bottega… il padrone lo insegue brandendo un coltellaccio, Cavolo!!! Mentre cerco di mettere il rullino nella reflex mi tremano le mani, sto per fare la foto del secolo… il premio Pulitzer…invece gli spruzzano in faccia solo un irritante, gli danno un calcio in culo e lo mandano via… Nonostante il bordello, lì, nel nostro piccolo incrocio, avvolti dai profumi e dai colori del bazar, la conversazione non si è interrotta e ha continuato a fluire piacevole e serafica.
Poi due donne del gruppo cominciano a confabulare e rovistano in una sporta della spesa. Ci salutiamo e ci rintaniamo in una freschissima sala da tè. Sorpresa! Ci sono quelli di Milano incontrati sul traghetto!
22 agosto: Shiraz – Yazd (442 km)E’ mattina presto per gli standard locali, quando ci piazziamo impazienti con armi e bagagli davanti al garage aspettando che apra, con comodo, per riprendere le Africa.
Diamo di che parlare ai passanti inscenando lo spettacolino dei vari controlli, veri e fittizi, alle moto e caricandole sempre di più. Adesso sopra, oltre ai soliti bagagli, ci sono pure, curiosamente, le spezie, le stoffe vietnamite, le teiere di latta made in Cina e una FAVOLOSA lampada di Aladino che da sola peserà otto kg. Siamo pronti a partire per Yazd, l’antica città carovaniera posta sulla via della seta visitata anche da Marco Polo nel 1272. La guida, lungo le centinaia di km di queste quasi deserte strade iraniane che attraversano il nulla assoluto, è piacevole e rilassante, intervallata da pochi ma gioiosi incontri con pullman di linea, camionisti che ci salutano con i caratteristici fischi, rari automobilisti e decine di caravanserragli abbandonati.
Inconsapevolmente ci apprestiamo a toccare il punto più basso e infimo dell’intero viaggio in Iran, ma fortunatamente precederà solo di poche ore il punto più alto.
Ripartiamo consapevoli di aver alzato, e di molto, la nostra concezione sullo spirito di adattamento. Entriamo a Yazd poco dopo l’ora di pranzo. Sento rivoli di sudore colare dentro gli stivali. Il casco non lo sopporto più, gli occhiali mi danno fastidio e c’ho sete. Faccio un cenno al Moro e ci buttiamo all’ombra di un muro di fango e paglia cercando di fare il punto della situazione e schiarirci un po’ le idee ormai abbondantemente annebbiate dalla calura e dalla stanchezza. Si ferma una macchina e ci offrono dei semi da sgranocchiare. Ne prendiamo una manciatina a testa, ma insistono e ci riempiono le tasche. Non appena ripartiti ci si affianca un’altra macchina. Il guidatore ci chiede se abbiamo bisogno di un albergo; in condizioni diverse forse avremmo declinato l’invito ma ormai in preda alle allucinazioni decidiamo di fidarci e di seguirlo all’interno degli stretti ed intricati vicoli di Yazd. Il posto si presta perfettamente ad un agguato ma sordi alle proteste di Daniela proseguiamo veloci dietro la macchina che, dopo non so quante svolte all’interno di quel labirinto di paglia e fango, inchioda in una piazzetta proprio di fronte all’albergo più bello e affascinante visto in vita mia. La trattativa la conduciamo in maniera abile e smaliziata tanto da riuscire, alla fine, a strappare il prezzo di 500 Rial (35 euro in tre, compresa prima colazione). Entriamo in un negozietto e, insieme al proprietario imbarazzatissimo per la vittoria di un iraniano contro un italiano alla finale oro per il taekwondo, assistiamo alla premiazione olimpica. Poi usciamo per dirigerci verso le Prigioni di Alessandro. Chiediamo indicazioni all’unico passante che ci porta fino all’entrata del “museo”, e, prima che riusciamo a bloccarlo, ci paga i biglietti, ci saluta, e se ne va. Gironzoliamo solitari nelle viuzze di questa suggestiva città, patrimonio dell’umanità, costruita quasi interamente con l’argilla e con, sui tetti, delle particolari torri che catturano il vento e lo indirizzano all’interno delle case per rendere più sopportabile il torrido caldo delle estati iraniane. Visitiamo la moschea del Jameh che con i suoi due altissimi minareti blu di quasi 50 metri che si stagliano superbi in un netto contrasto di colori nell’omogeneo color ocra del resto della città, offre scorci indimenticabili.
Saliamo sull’Amir Chakhmagh per godere del panorama di Yazd distesa ai nostri piedi con la palla rossa del sole che scende tra le rocce e le sabbie del Dasht-e Lut tremolanti all’orizzonte. Ci avviciniamo e ci mettiamo ad osservare:
Per la barba del profeta!!!! Ma questi non conoscono le più elementari nozioni tattiche!!! I miei nuovi compagni di squadra si presentano ognuno toccandosi il petto: Poi purtroppo faccio un’apertura a quello che credo sia il mio terzino sinistro Mohammed, invece è uno che gli assomiglia in maniera impressionante ma che gioca con Moroboschi. Dobbiamo assolutamente pareggiare e lì chiudiamo nella loro metà campo. Ma ad un certo punto una palla respinta dalla difesa trova uno splendido stop del Moroboschi che controlla e parte in contropiede! Sul risultato di 1 a 1 che accontenta un po’ tutti, dichiariamo finita la partita anche perché senza allenamento a 1.230 metri di altezza c’abbiamo le lingue penzoloni che leccano già il marciapiede.
23 agosto: Yazd – Chak-Chak – Yazd (140 km)Sveglia. E’ un delitto dover abbandonare questi letti con lenzuola fresche, pulite e profumate per rivestirsi con giacche e pantaloni che ormai si reggono in piedi da soli, ma stamattina ci aspetta Chak-Chak. Sulle cartine non è indicato, ieri all’ufficio del turismo di Yazd hanno tentato di dissuaderci dall’andarci con i nostri mezzi…
Al primo incrocio, ancora dentro Yazd, già ci guardiamo intorno spaesati… in una frazione di secondo siamo circondati da iraniani che vogliono aiutarci. Alcuni di loro neanche sanno cosa sia questo Chak-Chak, poi qualcuno pare che lo conosca, un altro ci regala un dettagliatissimo atlante stradale dell’Iran però in lingua farsi, un altro telefona ad un suo amico e consegna il telefono a Daniela… Insomma in Iran magari ti perdi, ma certo non muori in solitudine.
Dopo aver sbagliato strada un altro paio di volte, finalmente puntiamo verso il deserto, c’è una strada che si perde in lontananza e anche se non dovesse portare a Chak-Chak, pazienza, è comunque bellissima e c’ha, aspro, il sapore dell’avventura. Andiamo.
Più in alto, sul pendio, c’è un gruppo di iraniani fermi all’ombra di un muro, ci guardano arrivare e non smettono di ridere. Lasciamo giacche e caschi sulle moto, facciamo le foto rituali, e poi attacchiamo baldanzosi le ripide rampe di scale che dovrebbero portare alla grotta dove arde il famoso fuoco eterno sacro agli Zoroastriani. Come è ovvio con quel caldo, alla prima rampa stiamo già boccheggiando come pesci rossi in cerca di ossigeno quando, in nostro soccorso, arrivano fortunatamente gli iraniani di prima che ci raccolgono con il cucchiaino e ci invitano ad accomodarci su una terrazza in attesa del tè. Non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di rifiutare e ci buttiamo esausti e assetati sui due tappeti stesi all’ombra, uno per gli uomini ed uno per le donne. Il baffo c’ha due mogli e una quindicina di figli. Uno di questi è un personaggio di una comicità travolgente, è difficile non scoppiare a ridere al solo guardarlo.
Facciamo la nostra solita figuraccia buttando le pietruzze di zucchero dentro il bicchiere invece di metterlo in bocca come fanno loro e la cosa li diverte parecchio anche perché questo zucchero che usano in Iran è buonissimo anche se duro come la pietra e gli svuotiamo la zuccheriera. L’allegria non manca e le foto, i baci, i biscotti, il tè, il vocabolarietto italiano-farsi fanno il resto.
Basterebbe questo incontro per giustificare la pietraia per arrivare a Chak-Chak. Dopo aver passato in allegria un’oretta ci rimettiamo rinfrancati e motivatissimi sulle scale ed arriviamo alla grotta. Immaginate un deserto con una montagna al centro. Su questa montagna arida e arroventata c’è una fenditura. Da non si capisce bene dove penetra dell’acqua che dalla volta della grotta cade a gocce, ritmicamente, sul pavimento in marmo che circonda l’altare dove arde il fuoco eterno. Quale è il rumore che fa l’acqua cadendo sul pavimento? Chak… Chak….
La sensazione dei piedi nudi sul fresco e bagnato pavimento di marmo, mentre fuori l’orizzonte è falsato dall’onda di calore che sale dalle sabbie del deserto, è unica.
Due uomini mi si avvicinano e mi chiedono sottovoce a che religione apparteniamo…. stavolta gli rispondo subito “Cattolica” senza pensarci due volte. Mi dicono di essere musulmani, mi stringono entrambi la mano e se ne vanno. Rimaniamo in contemplazione di questo posto magico ancora per un po’ da soli, in compagnia dell’anziano custode, poi, sempre in silenzio, ci rimettiamo gli stivali lasciati fuori della grotta e ognuno perso dietro i propri pensieri riscendiamo per riprendere le moto. Sulla via del ritorno Moroboschi dà senso alle sue ruote tassellate e lancia l’Africa dritta in fuoristrada contro le montagne bianche. Porta con se delle bottigliette da riempire con la sabbia da raccogliere sulle dune immense che si innalzano ai lati della strada. E’ un piacere guardarlo allontanarsi, diventare sempre più piccolo e infine lasciare la moto, chinarsi e scavare una piccola buca alla ricerca dei granelli più puri del Dasht-e Lut.
Rientriamo a Yazd con qualcosa che difficilmente dimenticheremo… La giornata è ancora lunga e cerchiamo di sfruttare ogni minuto, consapevoli che tra qualche giorno tutto questa magia che stiamo vivendo sarà solo un ricordo. Il bazar ci accoglie a braccia aperte. Mettiamo su un teatrino in una bottega di tessuti cominciando a contrattare ferocemente i prezzi di stoffe, cuscini e tovaglie bellissime… Inizialmente il commerciante regge discretamente “botta” ma poi con Moroboschi che indossa un gilet preso dagli scaffali tutto imperlinato che lo fa risplendente come un marajà ed io che passo dall’altra parte del bancone per mettermi a vendere la roba del bottegaio contrattando i prezzi con Moroboschi e facendo gli interessi del commerciante, la situazione degenera. Il bottegaio comincia a sudare copiosamente poi, non riuscendo più a capire perché mai io mi ritrovi dietro al bancone, vicino a lui, a fare i suoi interessi, chiama il suo “boss” per farsi dare manforte. Accorrono altri iraniani e delle ragazze spagnole che avendo capito che li ci si fanno quattro risate e probabilmente si risparmia pure, si uniscono alla baraonda. Ce ne andiamo felici e sorridenti con due sacchetti colmi di regali da riportare in Italia. Usciamo in strada e mentre cerchiamo di orientarci tra i pedoni, una ragazza si avvicina a Daniela e le chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Approfittiamo e le chiediamo un posto per mangiare in maniera tradizionale e non turistica. Si avvicina anche il fratello che intanto ha parcheggiato la macchina lì vicino e ci portano in una sala da tè dove scambiamo quattro chiacchiere e li invitiamo a cena.
Dopo varie insistenze riusciamo a convincerli. Saliamo tutti e cinque sulla Saba bianca e ci portano attraverso gli stretti vicoli di Yazd, con gli specchietti retrovisori che strusciano le pareti, in un ristornate raffinatissimo. Musiche d’atmosfera, giochi d’acqua e un cibo davvero eccellente coronano una serata indimenticabile. Ci riaccompagnano in albergo e poco dopo Daniela si accorge di aver perso il PORTAFOGLIO!!!!! Ok, niente panico…dove pensi di averlo perso? Qui fuori? Sotto il letto? Nella hall?….??? No, nella macchina degli iraniani!!!! Ok, PANICO!!!! Per fortuna Moroboschi si era scambiato il numero di telefono con il ragazzo iraniano e Daniela chiama. Dopo pochi minuti ci dicono di aver ritrovato il portafoglio in macchina. Ce lo porteranno l’indomani mattina presto. Ci addormentiamo sereni con la certezza che la mattina dopo Daniela riavrà il suo portafoglio.
24 agosto: Yazd – Abyaneh – KashanIl sommesso e leggero bussare alla porta di legno massiccio della stanza mi fa riemergere dai dolci sogni della notte persiana di Yazd. Passi ovattati e veloci. Le parole di Daniela: “…moteshakkeram, Elaheh…grazie…khodà-àfez…addio…” Sono le 06,30 di quella che sarà certamente una splendida giornata iraniana, l’ennesima. Daniela rientra in stanza con il portafoglio e un piattino colmo di fichi colti nel giardino e portati da Elaheh. Mi giro sereno nel letto e le emozioni vissute fino a quel momento prendono il sopravvento sui quotidiani pensieri legati alla parte logistica del viaggio, all’olio consumato, alle catene da ingrassare, alla speranza e necessità che non si rompa niente, che i fisici e le menti reggano la fatica e che tutto questo delicato equilibrio rimanga tale.
Mi assale un po’ di tristezza. Certo la nostalgia, la voglia di riabbracciare quelli rimasti a casa e raccontare tutte le emozioni fin qui vissute è forte, ma è altrettanto forte la percezione di essere arrivati così lontano e di non poter proseguire oltre, e le parole degli iraniani fuori dell’albergo: “Now you Pakistan? India?” non fanno che acuire questa percezione di qualcosa che comunque e nonostante tutto, rimarrà incompiuto probabilmente per sempre… Ci salutiamo con il personale dell’albergo ed anche stavolta gli abbracci e i baci, le strette di mano e gli inchini si sprecano, così come le foto educatamente richieste a cavallo delle moto. Seguiamo le indicazioni per l’autostrada Yazd-Teheran. Al casello, l’addetto ci squadra, perplesso sulla tariffa da applicare…moto così loro non ne vedono, sembriamo camion ma abbiamo solo due ruote, ci sono mercanzie caricate sopra ma non c’è l’asinello davanti…ci fa segno di proseguire senza pagare il pedaggio. 130 km/h, direzione Abyaneh, paesino abbarbicato sulle montagne, citato da tutte le guide come perla dell’Iran, ennesimo sito dichiarato patrimonio dell’umanità in questo fantastico Paese.
Arriviamo ad Abyaneh praticamente liquefatti. Il metro scarso di ombra prodotta da un muro di paglia e fango color ruggine ci accoglie ospitale e silenzioso. L’acqua nelle borracce termiche è fetida e bollente ma la beviamo ugualmente avidi. Guardo gli altri due e vedo due facce cotte dal sole e abbastanza provate ma risolute e convinte. Ad un mio lievissimo dubbio, risponde pronto Moroboschi con la frase che diverrà il motivo conduttore del resto del viaggio e che citeremo almeno un altro paio di drammatiche volte: “Quando cominci a chiederti chi te lo ha fatto fare, vuol dire che il viaggio è riuscito” Ci spostiamo sotto delle frasche dove altre persone stanno facendo pic-nic. Ci offrono cibo e bevande, ricambiamo con sigari italiani e il solito chiacchiericcio. Dopodiché ci intrufoliamo nelle viuzze di Abyaneh dove non gira quasi nessuno.
Peccato che ci sia della spazzatura accumulata nei sottoscala e negli accessi alle cantine. Mi riprometto di scrivere una vibrante nota di protesta all’ufficio del turismo iraniano per questa intollerabile situazione non appena tornato a casa. Poi mi dico che, tutto sommato, con tutto quello che sembrava dovesse succederci in Iran, un po’ di sana mondezza ci può anche stare. Riprendiamo la strada e nel tardo pomeriggio entriamo spavaldi a Kashan dove ci attende la consueta stesa dei panni, il solito bazar, lo struscio serale e la spasmodica ricerca in taxi degli adesivi iraniani da appiccicare sulle moto... ma la stanchezza comincia a farsi sentire ed ogni posto è buono per riposare.
25 agosto: Kashan-Qom-Teheran-QazvinAndiamo di corsa. Moroboschi ha promesso un’intervista ad un’emittente radiofonica di Teheran che all’interno di una rubrica in lingua italiana vorrebbe inserire la nostra esperienza di viaggio e le nostre impressioni sull’Iran.
L’appuntamento è per oggi a Teheran; siamo un po’ combattuti… siamo costretti a fare un tappone saltando necessariamente la visita a Qom e fermandoci giusto il tempo per immortalare un mosaico che è l’emblema politico iraniano degli ultimi anni e buttarci in un lago salato… Ma l’idea di essere intervistati dall’inviata Nazanin Motevasseli ci attrae molto. Il luogo dell’incontro lo decidiamo noi: proprio di fronte all’ ex ambasciata americana, che qui hanno ribattezzato “il covo di spie” assaltata dagli studenti iraniani nel 1979 e mai più riaperta. Arrivare a Teheran ad Agosto, in moto, per attraversarla e giungere nel centro di questa metropoli di 16 milioni di abitanti credo sia una delle esperienze motociclistiche psicologicamente più devastanti e al tempo stesso esaltanti che si possa immaginare, a patto di uscirne vivi per poterla descrivere. Dunque la fredda cronaca. Credo di aver sperimentato la stessa emozione mista a terrore che devono aver provato gli assalitori di Stalingrado: I tassisti iraniani stanno stanno sportello contro sportello al di là delle barricate pronti a respingerti come una testuggine d’acciaio, i pulmini collettivi non aspettano altro che di asfaltarti e tutti gli altri, automobili, motorette, autobus e camion sono in attesa di farti lo scalpo da riportare come trofeo a casa. Ogni centimetro conquistato in questa bolgia sarà una vittoria ….mi riviene in mente il film con Al Pacino e il suo memorabile discorso pre-partita: “Siamo all’inferno adesso, signori miei. Credetemi. E … possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta… fa parte della vita. Capitelo …Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate. Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi… In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro. Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire. E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro. E io so che se potrò avere un’esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì. In questo consiste, e in quei 10 centimetri davanti alla faccia. Ma io non posso obbligarvi a lottare! Dovrete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei! Perciò … o noi risorgiamo adesso, come collettivo, o saremo annientati individualmente. E’ tutto qui. Allora, che cosa volete fare?” (Ogni Maledetta Domenica titolo originale Any Given Sunday) Ci guardiamo, ingraniamo la prima e ci buttiamo in mezzo alla mattanza. Questo sul motorino sta sui 40 abbondanti, ci guarda sornione, abbozza un mezzo sorriso, sputa per terra e, facendo cenno di seguirlo, parte…. a razzo. Non posso descrivere le nefandezze che abbiamo subito e compiuto per paura che ci ritirino la patente retroattivamente. Non so come ma arriviamo a destinazione. Taleqani Avenue, proprio di fronte l’ex ambasciata Usa.
Con supremo sprezzo del pericolo approfitto del fatto che un guardiano sta chiudendo il portone e, attraverso la sua guardiola, entro nei giardini dell’ambasciata americana. Appena se ne accorge si mette le mani nei capelli e poi senza tanti complimenti mi sbatte fuori.
26 agosto: Qazvin – Rasht – Masuleh – La Tenda Rossa (N37 40 52.6 E48 28 41.0)Si parte presto da Qazvin perché in realtà ci stiamo dissociando mentalmente e non sappiamo dove andare e cosa fare, c’è chi parla dell’Armenia, chi della Turchia, chi del Kazakistan e chi dice di tornare indietro a Yazd per aprire un pub o un sexy shop. Fatto sta che alla fine, vista la bella giornata, si opta per una gitarella al mare, il Mar Caspio. Metà della popolazione del nord ovest dell’Iran c’ha avuto la nostra stessa idea e quindi ci mettiamo in coda sulla strada che porta a Rasht.
Ci innervosiamo abbastanza in mezzo al traffico caotico fino alla deviazione per Masuleh, dove, sperando in un po’ di refrigerio, ci dirigiamo fiduciosi. Manco per niente. Pure lì un forno crematorio solo leggermente meno umido.
A volte il destino è veramente beffardo. Grazie alle indicazioni dei nostri simpatici soccorritori giriamo a sinistra, prendendo la strada per le montagne e rinunciando definitivamente alla vista del Mar Caspio che è lì, a 50 metri da noi, ma invisibile dietro una coltre di umidità invalicabile. Un imprudente ottimismo ci spinge ad inoltrarci sempre più in alto, alla ricerca del fresco ristoratore dopo tanti patimenti, ignorando i richiami di comodi chioschi con bivacchi ed inspiegabili (ai nostri occhi) bracieri accesi che ci sono lungo la strada e ai margini dei boschi. Il panorama cambia repentinamente: non più vapore acqueo e umidità al 100% ma foreste, nuvole basse e aria finissima. I piccoli sgangherati paesi di montagna che attraversiamo non hanno la benché minima struttura ricettiva ed ogni volta che ci fermiamo per chiedere, ci mandano oltre con la speranza e la chimera che forse al prossimo paese ci sia qualcosa. E la strada continua a salire inerpicandosi ad altezze poco raccomandabili e comincia anche a piovere. Panorami incredibili davanti ai nostri occhi, montagne verdi, greggi al pascolo, villaggi arroccati lungo valli serpeggianti, pastori, malghe sbilenche e squarci di luce cangiante tra nuvole e pioggia… ci sarebbe di che preoccuparsi per l’ora e per la media indegna anche di una gara podistica tra ultra ottantenni, invece sono pervaso da una felicità contagiosa.
Comincia a calare il sole ma finalmente arriviamo a Khalkhal e parcheggiamo davanti al primo dei due alberghacci indicati sulla guida. Il senso di fastidio e la sensazione che qualcosa non quadri perfettamente, affinata in tanti viaggi, ci fa rimontare in moto, mentre s’insinua la prospettiva di passare la notte in tenda. Il sole cala veloce tra le montagne azere e la necessità di trovare presto un posto per accamparci diventa una priorità assoluta. Preso dalla frenesia imbocco per primo un sentiero che si rivela un budello. Mi pianto come un pino e ci vorranno gli sforzi concentrati di tutti e tre e tempo prezioso per girare l’Africa trascinandola fino a farle compiere un angolo di 180° e risalire con la coda tra le gambe sulla strada principale. Attraverso un vicolo sterrato raggiungiamo un’aia al centro di questo piccolo villaggio che sembra apparentemente deserto. Stanno tutti nell’aia, vestiti a festa e ci accolgono a braccia aperte. Stanno per iniziare una cerimonia nuziale e molti sono già clamorosamente alticci. Finito di montare il Moroboschi si sacrifica e li segue alla festa per permettere a Daniela di andare in “bagno” lontana da occhi indiscreti ma pericolosamente vicina a delle arnie. Ci infiliamo in tenda da soli io e lei con la compagnia della musica sparata ad altissimo volume che arriva dal villaggio e dalle urla al microfono: “ITALIANI!!!!!”… “FRIEND… ITALIANO!!!!!”. Scende la notte nera come la pece e mentre nel villaggio la musica e i canti non finiscono, noi, invece, ci apprestiamo a sopravvivere nella tenda con una temperatura polare nella peggior notte che io ricordi. Cosa ci può essere di peggio di un caldo infermale? Il freddo gelido, intenso, il freddo che ti paralizza movimenti e pensieri, che ti fa tremare e battere i denti e ti fa passare le notti insonni rimpiangendo il caldo umido di Rasht. Non abbiamo né sacchi a pelo né materassini perciò ci stendiamo a terra completamente vestiti, compresi gli stivali. Ci manca solo il casco. Ci abbracciamo tutti e tre nel tentativo di scaldarci ma tra i rumori, il gelo e i fantasmi che Daniela è convinta si aggirino intorno alla tenda pronti a farci fuori, non chiuderemo occhio per tutta la notte, con il GPS che segnala minaccioso 2.108 metri s.l.m.
27 agosto: La Tenda Rossa – OrumiyehMai un’alba, seppur gelida, sarà accolta con lo stesso nostro entusiasmo. Grazie per l’ospitalità Azerbaijan! Scendiamo dalle algide vette come due sottomarini in immersione rapida. Alle 09.13 stiamo già spalmati come tre lucertole al sole fuori da un chioschetto e per rinfrancarci ci facciamo portare una bella colazione a base di uova fritte, cipolla e chai bollente.
Scaldati e con una bella fiatella degna dell’impresa artica, ripartiamo con la vita che nuovamente ci arride spensierata. Caliamo come unni nella piana sottostante. Ormai girovaghiamo senza una meta ben precisa forse nel tentativo più o meno inconsapevole di prolungare all’infinito la nostra permanenza in Persia.
Ci aggiriamo nei pressi di Tabriz indecisi se puntare nuovamente verso nord e ripassare la frontiera a Bazargan, dove tra l’altro ci hanno ritirato un documento relativo al “carnet de passage en douane” che non abbiamo capito se ci serve riavere, o provare con la frontiera di Sero più a ovest verso il confine irakeno e da lì attraversare il Kurdistan per approdare a Van, e finalmente arrivare a questo famoso lago dentro al cratere di un vulcano con i racconti del quale il Moroboschi ce li sta facendo a peperini da mesi. La pausa pranzo purtroppo decidiamo di farla sulle rive di un lago. E infatti in un minuto scarso ci circondano, ci ammanettano e senza tanti complimenti ci schiaffano sul tappeto obbligandoci a mangiare tutto e a bere litri di chai alla menta. il capofamiglia inscena un teatrino imitando una gallina che becca ma non fa l’uovo, Moroboschi quasi si fidanza, e Daniela viene tastata da una vecchietta che, vistala con pantaloni, stivali, protezioni varie e, dopo tanti giorni allo stato brado con me e Moroboschi, anche forse con un leggero velo di barba, vuole probabilmente sincerarsi della sua femminilità. Attraversiamo zone piatte, ci avventuriamo all’interno del lago salato, poi imbocchiamo la banchina che si perde all’orizzonte, tagliando il lago in direzione della città di Orumiyeh.
Il terrapieno è ingombro di veicoli in fila ordinata per km ma non riusciamo a capirne il motivo… forse un incidente… passiamo guardinghi a fianco della colonna e arriviamo a scoprire il motivo della coda. Il terrapieno dopo qualche km s’interrompe.
Paghiamo il biglietto e ci ammassiamo insieme a tutti gli altri riempiendo in maniera preoccupante la bagnarola rugginosa. E’ la nostra ultima notte persiana, e per festeggiare ci concediamo il miglior albergo di Orumiyeh. E nel miglior albergo c’è rimasta solo la “Suite Imperiale” come ci comunica l’impeccabile signorina alla reception. Accettiamo la sistemazione senza battere ciglio. E sganciamo lo smodato prezzo di 900 Rial (circa 60 Euro, sempre in tre), ma quando ce vo’, ce vo’. Passiamo l’intera serata ciabattando mollemente per i viali di Orumiyeh cercando cartoline e francobolli che pare qui non esistano. Mi addormento con l’idea che quando mi chiederanno dei gravi problemi e delle difficoltà avute in Iran dovrò purtroppo dire che non siamo riusciti a trovare cartoline da spedire a casa.
28 agosto: Orumiyeh (IR) – Van (TR)Ci alziamo con comodo e alla prima colazione facciamo di tutto per ammortizzare la spesa della suite imperiale. Dov’è la posta centrale?
Qui la faccenda diventa imbarazzante perché il ragazzo, oltre ad averci accompagnato, appena arrivato allo sportello e chiesti i francobolli per circa trenta cartoline, tira pure fuori i soldi e paga.
Cerchiamo di spendere gli ultimi Rial a Sero, poco prima del confine, in un emporio uscito da un altro pianeta.
[...]
Fabrizio |
|
© AITOTOURS c/o Khorgin - p.i. 03069210239 - tutti i diritti riservati |