aito tours italy   Kish Free Zone Kish Free Zone Aito Tours Iran Trco
risoluzione consigliata 1024x768 o superiore, browser Mozilla Firefox o IE5.5+
anziano in una Chay Khane - Shiraz Interno moschea - Shiraz interno di una moschea -Shiraz Facciata in ceramica ( Haft Rang ) della moschea Nser Ol Molk a Shiraz (foto E.Griso) Interno di una moschea a Shiraz con colonne in pietra e intarsi in ceramica

IN IRAN IN MOTO

 

[...]

15 agosto: Maku – Kandovan – Miandoab

Bella giornata calda, facciamo il pieno a 4.000 rial al litro (zerovirgolaventottocentesimi) e partiamo in direzione Tabriz per poi sconvolgere totalmente il nostro piano deviando verso Kandovan, accreditata come la “cappadocia iraniana”.

in iran in moto

 

Abbiamo fiuto per scegliere i posti da visitare noi. Infatti è il 15 agosto che da noi sarebbe ferragosto. Io adesso non lo so se gli iraniani festeggiano il ferragosto ma sicuramente è VENERDI’ e per gli iraniani OGNI maledettissimo VENERDI’ è come il nostro ferragosto e il caldo della mattina si è trasformato in un forno per sciogliere l’acciaio.

Arranchiamo carichi verso Kandovan su una strada trafficata come Porta Portese la domenica mattina. La strada è stretta e i 3.000.000 di abitanti di Tabriz più i parenti venuti da fuori sono lì, in macchina, in pullman, a piedi, in motoretta, come un serpentone in salita su quella stradina lastricata di pietroni lisci come vetro unto.

 

Schiattare di caldo in moto.
Già mi immagino i titoli dei giornali in Italia:
“Tre fessi italiani morti in Iran”
“..che li hanno lapidati?”
“No, maddeché, poracci, so’ morti de caldo!”
.

Per fortuna in fila il tempo passa tra una chiacchiera e l’altra con gli iraniani che non danno assolutamente segno d’insofferenza, anzi sembrano perfettamente a loro agio nel braciere di Kandovan.

Arriviamo in cima e non c’è posto nemmeno per parcheggiare uno spillo.
Un negoziante mosso da islamica compassione ci fa parcheggiare praticamente quasi dentro al negozio.

Visitare le stradine in quelle condizioni è proibitivo, quindi ci mettiamo sotto gli alberi, Daniela compra il pane e ci prepariamo al nostro ennesimo appetitoso pranzo a base di Tinsemal e Tacchin-tonné.
La famigliola seduta vicino a noi è attrezzatissima e ci guarda con un misto di schifo e pietà; poi il padre, stanco di assistere a quella scena penosa, si alza, va alla macchina, tira fuori un tappeto e srotolandocelo davanti, ce lo offre.

Ovviamente fraternizziamo e rimediamo anche cibo e tè, ricambiando il tutto con le uniche cose che non ci mancano: chiacchiere e spillette per i bambini.

 

Riscendiamo da Kandovan che si potrebbe tranquillamente camminare sui tetti delle Paikan e delle Saba in fila come tante formiche colorate. Ci fanno tutti lo stesso segno con la mano vicino all’orecchio (tipo Toni quando segna, ma con la faccia interrogativa) e finalmente capiamo cosa significa:
“Da dove venite?”
ITALIA!
“Oh!! Italie!!!, Welcome, welcome!!!”

Moltiplicate le mille macchine in fila per il numero di finestrini e aggiungete quelli che se lo facevano ripetere perché non avevano capito.

 

Senza più voce e disidratati, arriviamo a Miandoab.
Non facciamo nemmeno in tempo a fermarci che ci circondano decine e decine di persone. Luigi e Daniela vanno in cerca di un albergo ed io, stufo di essere al centro di questo nugolo di persone che mi guardano in silenzio, chiedo permesso e mi unisco a loro… cioè, pure io mi metto a guardare incuriosito le moto.

‘Sta cosa li destabilizza un po’ e alcuni si mettono a ridere e cominciano a scattare le foto con i telefonini.

Tornano Daniela e Luigi perché in hotel ci hanno chiesto troppo e quando c’è da discutere e fare la figura del “peracottaro” chiamano me. Farfuglio qualche parola in italo-inglese e quello alla reception, credendomi forse bosniaco, compone veloce un numero al telefono e mi passa la cornetta
Dall’altra parte una signorina che in perfetto inglese si presenta:
“Ufficio del turismo iraniano, come posso aiutarla?”
Boh!!! Che ne so, ma intanto mi fa fare lo sconto (20 euro in tre compreso parcheggio e prima colazione).
Cacchio, siamo partiti da Roma per venire a visitare Miandoab e questa cosa pare li colpisca parecchio.
Per parcheggiare le moto in garage un addetto all’hotel si offre di accompagnarci e, messosi comodo dietro di me, ci fa fare il giro della città per poi tornare dietro all’albergo. 10 km solo per farsi un giretto in moto.
Puliti e pettinati riscendiamo e quelli fanno fatica a capire che siamo gli stessi mucchi di polvere saliti in camera mezz’ora prima.
In un locale accanto si sente musica e gioiosi strilli femminili. Moroboschi chiede cosa ci sia dietro quella porta chiusa e uno gli risponde che dentro è in corso un festa per donne.
Allora fremente di desiderio e bramosia e con la pressione dell’olio in zona rossa chiede se può dare un’occhiata ma quello lo squadra con gli occhi sbarrati come se gli avesse detto: “Mortaccitua a te e a tu’ nonno in carriola”.
Si capisce che non è il caso di insistere e ci buttiamo per le strade di Miandoab prestando la massima attenzione: una volta passati da un marciapiede all’altro gli iraniani sono amichevoli e gentilissimi ma mentre attraversi sono spietati cacciatori di teste.

Tutti ci salutano e si fermano per scambiare quattro (a volte tre, a volte due o una, a volte nemmeno quella) chiacchiere.
Qui Daniela diventa determinante (meno male che ce la siamo portata) perché è l’unica che può intavolare un discorso più ampio oltre il “benzin full” “noi mangiare” “noi dormire”.

 

Tornando in hotel entriamo in una delle numerosissime pasticcerie e ci facciamo fare un vassoio di dolci spettacolari.
Quando chiediamo il conto, il negoziante si mette la mano sul cuore e ce lo offre. Insistiamo le canoniche tre volte ma non c’è verso di pagare.
Ci comincia a girare un po’ la testa e non immaginiamo ancora che tipo di trappola ci stiano tendendo questi infidi iraniani.

 

16 agosto: Miandoab – Takht-e Soleiman – Hamadan

Tutto giallo, tutto marrone, non siamo sicurissimi della strada e fermiamo un camioncino.

in iran in moto

Uno degli occupanti deve essere un cartografo o un satellite russo perché ci disegna su un foglio di carta mezzo Iran e la strada precisa al metro. Proseguiamo ormai sicuri finché improvvisamente in mezzo al deserto una chiazza blu intenso. E’ Takht-e Soleiman (trono di Salomone).

 

Il posto è veramente suggestivo, parcheggiamo le moto sotto le mura di questa sorgente fortificata e luogo sacro agli zoroastriani e in un attimo si forma il capannello di gente intorno a noi. Passiamo il tempo intorno alla sorgente scattando foto e chiacchierando con una famiglia zoroastriana di Teheran.

Si riparte in direzione Hamadan e qui scatta la trappola iraniana.

Al primo benzinaio ci rifiutano e ci mandano al successivo distributore (era tutto calcolato). Facciamo benzina ma ci passiamo mezz’ora tra chiacchiere e foto ricordo.

 

Davanti al benzinaio c’è un kebbabaro che ci ispira erroneamente fiducia e ci accomodiamo.
Arriva un baffone iraniano e rapisce Daniela, io c’ho troppa fame per preoccuparmi e attendo, sbavando, il panino ripieno annaffiato dall’ottima Zam-Zam locale.
Dopo un po’ sparisce pure Moroboschi.

Meglio: arrivano tre panini e sono solo… mi frego le mani e attacco il primo… ma ecco riapparire i due rapiti con in mano uno scatolone pieno di pasticcini e dolci…saranno due kg abbondanti e nonostante le insistenze non sono riusciti a pagarli.

Commentiamo sottovoce questo strano atteggiamento degli iraniani che sicuramente avranno in mente qualche tranello… finiamo di mangiare e chiediamo il conto:
“Esab?”
Na esab, …esab Nadir” ci risponde il “ristoratore”
… e mo’ chi cavolo è Nadir? Nadir è il pasticcere di prima, mi dicono stupefatti Daniela e Luigi. Qui sento puzza di bruciato…

Moroboschi è livido di rabbia, stringe i pugni e sibila tra i denti: “Bastardi!!!! Ci vogliono mettere in difficoltà…”

Decidiamo che è arrivato finalmente il momento di fargli vedere di che pasta sono fatti gli italiani e sfoderiamo l’arma segreta nascosta nel bauletto: la maglietta azzurra con scritto sopra “ITALIA”.
La baciamo e con quella in mano irrompiamo urlando “VIVA L’ITALIA!” nel negozio di Nadir.

Il combattimento che ne segue è breve ma intenso: strette di mano, baci, abbracci e foto con la famiglia di questa vile canaglia.

 

Riprendiamo di corsa le moto e scappiamo dal negozio… dopo pochi secondi dagli specchietti vediamo una macchina verde al nostro inseguimento… con il cuore in gola acceleriamo ma non riusciamo a seminarla… e in un attimo ci piomba addosso, ci sorpassa e ci inchioda davanti costringendoci a fermarci sul bordo della strada.
Ne esce Nadir con in mano due buste di caramelle con la miccia già accesa…porca zozza, non c’è possibilità di contrattaccare in nessun modo…c’abbiamo tutti e tre gli occhi umidi di commozione mista a umiliazione.

Comunque il risultato finale è: Iran batte Italia 3 a 1.

 

Entriamo ad Hamadan, c’è un casino bestiale; per cercare un albergo ci fermiamo vicino Imam Khomeini square (ogni città iraniana ne ha una).
Lasciamo Moroboschi a guardia delle moto e con Daniela entriamo in un albergo… tutto pieno, pare ci sia la festa del settimo Imam…
usciamo dall’albergo e ci prende un colpo!

Moroboschi è circondato da circa duecento persone.
Lui è in piedi sulla moto che si guarda intorno, sembra l’assedio di Fort Alamo. Ci facciamo largo tra la calca per andare a dargli coraggiosamente manforte mentre le persone che ci circondano diventano quattrocento… la strada e il traffico sono completamente bloccati, arriva la polizia che cerca di ristabilire la circolazione allontanando la folla… alcuni fanno finta di telefonare invece ci scattano di nascosto le fotografie, altri più temerari ci chiedono da dove veniamo, quanto costa la moto e che velocità massima raggiunge…

Troviamo un albergo, ci laviamo, cambiamo e ci ributtiamo per strada. Sermoni improvvisati, una marea di gente, altoparlanti che sparano preghiere e petardi verso il cielo… ci rimorchiano due ragazzi che chiameremo con due nomi di fantasia Mogi & Pagi, per preservare la loro privacy, ci fanno fare il giro della città a piedi abbindolandoci con il miraggio di portarci a mangiare in un posto tradizionale… invece vogliono solo chiacchierare con noi però poi, sotto la reale minaccia di ucciderli se non ci portano in un posto dove si mangia, si piegano, e dopo un’ora e mezza passata a camminare, finalmente ci accontentano.

Si parla di un po’ di tutto compreso il fatto che si sono francamente rotti un po’ le palle del regime degli Ayatollah.

Ci riaccompagnano in albergo e ci salutiamo.

 

17 agosto: Hamadan – Esfahan

Che cominci la festa!!!!!
Monti Zagros.
Le montagne russe le hanno inventate qui. Arranchi fino in cima e poi precipiti in picchiata dall’altra parte. Non una volta sola, a ripetizione. Si passa dagli 800 metri ai 2.000 metri di altezza poi si ricasca a 900 poi si risale a 2.100.

in iran in moto

L’aria è secca e rovente …o vomiti o ti esce il sangue dal naso ma almeno non si paga il biglietto.
A me comincia ad uscire il sangue dal naso, faccio un casino dentro al casco, sbrodolo di rosso giacca, guanti e pantaloni; ci fermiamo.
Daniela mi passa spazientita i fazzolettini, Moroboschi, con l’occhio da faina, si guarda intorno alla ricerca di un punto dove seppellirmi velocemente e senza scomodi testimoni.

 

Ho capito che se non mi spiccio questi due invasati mi fanno fuori senza tanti complimenti. Mi ficco terrorizzato tre etti di fazzolettini dentro il naso e ripartiamo.
Respiro a fatica ma meglio così che non respirare per niente.

Siamo diretti verso una delle più belle città dell’Iran: ha la seconda più grande piazza al mondo, ha un ponte che solo a guardarlo in foto ti vengono i brividi. Esfahan, la metà del mondo, Esfahan, l’ombelico del mondo… e noi, in questo ombelico ci stiamo entrando, in moto, carichi come muli, dopo migliaia di chilometri.

Planiamo quindi su Esfahan da ovest.
Con il sole alle spalle come nella migliore tradizione eroica. Dentro di me canticchio la cavalcata delle Walkirie.

 

C’è un lungo viale con le solite aiuole piene di gente che cerca refrigerio sotto gli alberi e i cespugli. Passiamo come in parata a volo radente, siamo euforici e le fotografie e le riprese con la telecamera che ci fanno incredibilmente da un corteo matrimoniale amplificano questa sensazione di entusiasmo e ottimismo.
Sbrighiamo abbastanza velocemente la pratica albergo e un po’ meno velocemente quella garage, disegnando la luna e il sole per comunicare al garagista quanti giorni e quante notti abbiamo intenzione di rimanere.
Incontriamo un gruppetto di italiani arrivati lì in aereo e sono realmente colpiti dal fatto che noi, fino lì, ci siamo arrivati in moto e che abbiamo anche intenzione di proseguire.

Fa caldo e dopo aver preparato e bevuto l’ennesimo “bombone” a base di sali minerali, aspettiamo l’imbrunire per andarci a fare il giro nella “piazzetta” Naqsh-e jahàn “immagine del mondo”, la seconda piazza più grande dopo piazza Tienanmen.

A mano a mano che ci avviciniamo, attraversando giardini curatissimi, aumenta la fiumana di folla diretta nello stesso posto dove stiamo andando noi…  sono strade e vicoli trafficatissimi di gente e mezzi di ogni genere che confluiscono verso un portone che appena varcato…

io credo che qui finiscano le parole. Non sono in grado di descrivere quello che ho visto, le emozioni che ci hanno attraversato, i suoni percepiti e lo stupore provato. Sicuramente questo posto è l’essenza del nostro viaggio itinerante in moto in Iran. E’ la visione che ti ripaga di tutte le fatiche, del sudore, della stanchezza, che ti fa battere il cuore specchiandoti nell’anima degli altri che ti circondano e che ti fa pensare semplicemente:
“Sono qui e sono felice di esserci”
.

 

Ci sediamo attoniti ammirando migliaia di persone che come noi sono lì, sedute sull’erba o a passeggio, che parlano, mangiano gelati o sorseggiano l’immancabile tè tutto in un’atmosfera di armonia e pace alla quale noi non siamo forse più abituati da tempo.

Ci facciamo notte in piazza, parlando, scambiando sorrisi, saluti e strette di mano con decine di persone, tra cui un bambino-uomo afgano che a tredici anni è già scappato da una guerra devastante, studia con profitto, conosce tre lingue e te lo dice con una pacatezza e una serietà che vorresti tornare a casa solo per distruggere le play station e le tv che riducono la maggior parte dei suoi coetanei italiani in larve istupidite.
Proseguiamo nella fantastica notte di Esfahan in direzione del Ponte dei 33 archi ed è il secondo colpo al cuore. Passeggiamo prima lungo gli argini e poi sotto le arcate di questo vero incanto architettonico che con tutte le luci accese riflesse sull’acqua del fiume Zayandeh, mentre improvvisati ma bravissimi cantanti si esibiscono poeticamente sotto le sue volte, regala scorci e melodie da mille e una notte.

 

La gente ci saluta semplicemente, tutti ci sorridono e molti ci fermano per parlare con noi… uno addirittura prende Moroboschi per giapponese!
Passiamo il resto della serata in piacevole compagnia di una bellissima famiglia di Mashad che ci tempesta di domande sui più disparati argomenti.

E’ notte fonda quando alziamo bandiera bianca, ci congediamo amabilmente e torniamo in albergo.

 

18 agosto: Esfahan

Giornata dedicata completamente alla città e il primo giorno di “riposo” dopo sette giorni consecutivi di moto.

Daniela con la solita divisa d’ordinanza azzurra e fioccone bianco in testa, il Moro ed io, rispettivamente cugino e marito, ai lati, ciabattiamo per chilometri nella città che gli iraniani chiamano “la metà del mondo”, ci intrufoliamo nell’antico bazar facendoci trasportare in estasi dalla corrente di gente che lo anima, entriamo nelle straordinarie e meravigliose moschee e immancabilmente ci ritroviamo nella grande piazza come particelle d’acqua attratte dal vortice di un mulinello.

 

in iran in moto

Per arrivare alla stanza dell’albergo c’è una scala ripidissima, come se non bastassero già i 1.590 metri s.l.m. della città: l’affronto come fosse l’ultimo strappo per l’assalto finale alla parete nord dell’Eiger senza l’ausilio dell’ossigeno e poi, mentre mi si annebbia la vista, collasso su uno dei tre letti presenti… o almeno così mi pare di ricordare…

 

19 agosto: Esfahan – Pasargade – Shiraz

Ci svegliamo presto. Vogliamo provare ad entrare di soppiatto in moto nella piazza per fare qualche foto impostaci dagli “sponsors” quando ancora Esfahan sonnecchia.

Il problema è che qui alle nove di mattina sonnecchiano un po’ tutti compreso il cuoco dell’albergo e non possiamo assolutamente rinunciare alle cipolle, alle uova, ai cetrioli e ai pomodori della colazione iraniana… ormai abbiamo le nostre abitudini e se non inzuppiamo le olive nel tè non carburiamo e ci gira la testa tutto il giorno.

Imbocchiamo nella piazza in perfetta configurazione da viaggio, facciamo le foto aspettandoci da un momento all’altro una raffica di kalashnikov che ci seghi in due, e ripartiamo in direzione Shiraz tra lo stupore dei pochi pedoni insonnoliti.

 

in iran in moto

Altre montagne bruciate dal sole, altri panorami, si comincia ad intuire la vastità di questa nazione.

Non so quanti km abbiamo fatto fino a qui ma l’importante è “spezzare il fiato” e ormai ci possiamo pure addormentare sulla moto o inserire il pilota automatico.

 

In mezzo al nulla ci sorpassa una macchina, capisco dallo sguardo serio e concentrato del conducente e dalla puzza di bruciato che emana dallo scappamento che per farlo ha spremuto veramente tutto quello che il motore poteva dargli…
Si sbracciano e fanno inequivocabili cenni di fermarci. Ci fermiamo.

Scendono dalla macchina con già in mano dei bicchieri di tè fumanti. Comunichiamo attraverso i soliti sorrisi e i soliti gesti, comuni alla brava gente di tutto il mondo, e sembra di capirsi come se ci si conoscesse da tempo, senza barriere linguistiche e culturali.

Si fermano altre persone che stando in mezzo a un deserto, ancora oggi non ho capito da dove siano uscite.
A Daniela mettono subito in braccio un bimbetto (non sarà l’unica volta durante il viaggio) e questo credo che per loro sia la dimostrazione massima di amicizia e fiducia.

 

Vanno alla macchina e ritornano con le mani piene di pesche. Facciamo fatica a trovare spazio nelle borse della moto per tutto questa frutta che ci stanno regalando.

Ci salutiamo con abbracci, baci e l’invito ad andarli a trovare a casa loro a Shiraz.

Ripartiamo. Fa caldo ma c’ho un leggero brivido lungo la spina dorsale, i peli delle braccia dritti e un fastidioso appannamento alla vista.

Il nostro prossimo obiettivo è la Piana di Pasargade quella che fu la capitale dell’impero achemenide a partire dal 550 a.C. circa e dove nel bel mezzo spicca la Tomba di Ciro il Grande.

in iran in moto

Il monolite si staglia bianco e solitario su una pianura piatta e immensa, spazzata da piccoli tornado di sabbia.
Un’incisione sulla pietra all’interno della tomba pare che recitasse:

“Passeggero, io sono Ciro. Ho dato l’impero ai Persiani e ho regnato sull’Asia. Non invidiarmi dunque questa tomba”.

Si narra sia stata proprio questa semplice frase a trattenere la furia di Alessandro Magno deciso a distruggere tutte le vestigia dell’impero persiano.

 

Siamo gli unici stranieri, ci togliamo giacche e caschi e gironzoliamo solitari in moto per il sito archeologico cantando a squarciagola “Vacanze romane”.

E’ bello accorgersi di come, al raggiungimento di determinate mete, sognate da mesi ed evocate quasi come luoghi magici, tutta la fatica, i dubbi e i timori scompaiano, lasciando il posto ad una gioia infantile e contagiosa.

Siamo a 1.900 metri di altezza ma fa un caldo che la metà basta.

Ci fermiamo nei pressi del sito e da veri turisti imbocchiamo nel cortile di un ristorante “ufficiale”.

Stiamo parcheggiando le moto cercando di metterle il più possibile all’ombra, quando ci si avvicina un ragazzo che in uno stentato e curioso italiano comincia a parlarci…

Insomma, per essere un iraniano lo parla abbastanza bene!
E te credo! Dopo dieci minuti di difficile conversazione riusciamo a capire che è italiano, originario di Cellino San Marco, il paese di Al Bano!

Si chiama Luciano, è simpaticissimo, è emigrato in Germania con la sua famiglia che aveva due anni, lavora in una vetreria, si è sposato una ragazza iraniana conosciuta lì ed è in Iran in vacanza insieme ad altri amici iraniani e tedeschi.

Facciamo il solito casino italico lasciando stupiti e divertiti iraniani e tedeschi e ci promettiamo, come si fa sempre in maniera ottimistica in queste situazioni, di rivederci appena possibile.


Ci strafoghiamo al ristorante poi satolli e rinfrancati inforchiamo le Africa: destinazione Shiraz, città di poeti e di artisti e punto più lontano del nostro viaggio.

 

Un po’ sudaticcio e dopo aver fatto delle foto notturne al castello di Shiraz con la sua famosa torre pendente che manco gli esperti pisani sono riusciti a consolidare, seguo un po’ rintronato Luigi e Daniela che si riavviano verso l’albergo.

Domani è il grande giorno. Domani assaltiamo Persepoli.

 

20 agosto: Persepoli

ALL’ALBA! ALL’ALBA!!!!!
I due esaltati che viaggiano con me vogliono alzarsi prima che sorga il sole e coprire i circa 60 km che separano Shiraz da Persepoli per cogliere il sorgere del sole tra le rovine di quella che fu la capitale dell’impero persiano di Dario e Serse. Per fortuna ci avvertono che il sito apre sì all’alba, ma all’alba iraniana che è intorno alle 9. Meno male va, posso dormire un po’ di più.

in iran in moto

Addì 20 Agosto dell’anno del Signore 2008, ore 08,00 (le 05,30 in Italia). Sul filo dei 110 km orari due moto avanzano baldanzose verso Persepoli.

Parcheggiamo all’inizio di un viale immenso lastricato in marmo che porta all’entrata principale del sito. Soliti salamelecchi con il parcheggiatore, biglietti pagati, formulario compilato (che bello leggere tutte le nazionalità dei turisti che lo hanno compilato prima di noi: Canada, Spagna, Rep. Ceca, Giappone, Nuova Zelanda….
e poi scriviamo “Daniela, Luigi, Fabrizio, nazionalità: Italia”.

 

Borracce d’acqua riempite con la solita pozione magica che magari non serve a niente ma fa tanto “adventure”, cappelli, occhiali da sole e crema solare fattore 50. Ci apprestiamo ad entrare in Persepoli, accarezzando le stesse colonne di quella che fu una delle capitali più famose e splendenti dell’antichità e calpestando la stessa polvere calcata 2300 anni fa dalle falangi macedoni che la incendiarono e ridussero in rovina.

Mi chino e raccolgo una manciata di questa terra carica di Storia per riportarla a casa.

Passiamo a bocca aperta attraverso l’imponente Porta delle Nazioni dopo essere saliti lungo le scalinate ai lati delle mura ciclopiche. Le scale erano studiate in modo tale che con i loro bassi e ampi gradini non intralciassero l’elegante e solenne incedere dei dignitari di corte. Dalla collina sovrastante si può godere della vista d’insieme della residenza imperiale con la possibilità di coglierne la maestosità tanto da far esclamare a Moroboschi: “Versailles era lo sgabuzzino di Persepoli!”

Tutto era stato costruito in funzione di impressionare visitatori e dignitari stranieri esaltando la gloria dei re persiani con spazi enormi, colonne altissime e marmi neri. La cosa straordinaria è come, nonostante distruzioni, saccheggi e il passare del tempo, mantenga ancora oggi questo fascino fiero e solenne.

Fraternizziamo, come ormai ci capita ovunque e in qualsiasi situazione, con gli iraniani in visita al sito: loro fotografano noi, noi fotografiamo loro e poi ci fotografiamo tutti insieme.

 

Stremati dal gran caldo arranchiamo verso le moto per dirigerci su Naqsh-e Rostam, il sito dove sono sepolti quattro re della dinastia Achemenide. Il sito si trova a circa tre km da Persepoli ma ci perdiamo ignobilmente e ne facciamo almeno trenta prima di recuperare la giusta rotta. Sarà per il gran caldo o forse per l’arsura unita ad un ingiustificato ottimismo che mi affaccio nel gabbiotto del guardiano e con un affabile sorriso chiedo, cercando di superare il frastuono della radio, del televisore e del condizionatore accesi, se è possibile entrare e parcheggiare le moto sotto le tombe. Il guardiano lascia il pranzo, spegne radio, tv e condizionatore, si fa ripetere la domanda sicuro di non aver capito bene, poi mi guarda come se fossi uno squilibrato e mi dice con dolcezza: “E’ vietato”.

Saliamo a piedi. Lo spettacolo nella sua selvaggia maestosità è semplicemente superbo. Le quattro tombe scavate nella parete rocciosa a diversi metri dal suolo vengono attribuite a Dario I, Artaserse I, Serse I e Dario II.

 

Torniamo spensierati verso Shiraz. Talmente spensierati che su nastri d’asfalto deserti superiamo abbondantemente i limiti di velocità. Ci ferma la polizia munita di tele-laser. Chiedono i passaporti ma li abbiamo lasciati in albergo a Shiraz…ci chiedono se siamo inglesi, poi tedeschi poi francesi….siamo italiani….italiani? CAMPIONI DEL MONDO!!!! Moroboschi snocciola tutte le formazioni dell’Italia dal 1934 ad oggi e ci mette sempre in mezzo Francesco Totti…FUNZIONA! OK! Ciao-ciao e andate piano.

 

Arriviamo a Shiraz e la attraversiamo tutta per andare a visitare le famose Torri del Silenzio, delle basse colline dove sulla sommità i seguaci dello zoroastrismo esponevano i corpi dei defunti. Pare che a quel punto i corvi ne decidessero la rettitudine, e di conseguenza il loro destino ultraterreno, beccando per primo l’occhio sinistro o l’occhio destro. Osserviamo dal basso in alto le collinette desolate e arse dal sole implacabile del primo pomeriggio iraniano e desistiamo dall’arrampicata che potrebbe rivelarsi fatale anche senza corvi. Riguadagniamo l’albergo e la meritata prima pennichella pomeridiana della vacanza.

Dopo tanti tentennamenti tiriamo finalmente fuori le magliette con il simbolo iraniano di “Allah” stampato dietro. Non siamo molto sicuri dell’accoglienza che riceveranno queste magliette e, principalmente, noi che le indossiamo. Prima della partenza, a magliette già stampate, ci sono stati pareri contrastanti in uno spettro che andava dal “Vi useranno come scudi umani nelle centrali atomiche” al “Vi fucileranno sul posto, contro un muro con l’effige di Khomeini”.

 

Quindi é con un po’ di timore che portiamo fuori le nostre magliette a passeggio nella calda serata di Shiraz ma ormai a Persepolis siamo andati e succeda quel che succeda.

Di fronte al primo che mi dovesse chiedere conto e ragione di questo simbolo islamico indossato da un infedele, sono pronto a gettarmi in ginocchio e a chiedere perdono.
E puntualmente accade: mi ferma uno in mezzo al marciapiede e mi chiede se sono musulmano visto che indosso un simbolo islamico.
Momento di tensione….“Ecco”, penso, “qui a Shiraz si conclude non solo la mia vacanza in Iran, ma la mia stessa esistenza terrena….”

“No” gli rispondo secco sperando intimamente di chiudere lì la discussione.
“Sei protestante?”
insiste….
“No”
gli rispondo di nuovo sempre più preoccupato…
“Sei allora Zoroastriano?”

Eh????ZOROASTRIANO???? Di nuovo scandisco un sempre più flebile “..no..” mentre comincio a fare il conto alla rovescia che porta alla mia inevitabile morte.
Attimi di gelo…
“ARE YOU…CATHOLIC?”….

“…yeeee……yeeee…..yes…”
mi esce tremolante dalle labbra già secche e con il sapore della paura appiccicato sopra.
“Oh, you are catholic.”

E lo ripete ad altri nel frattempo convenuti per assistere a quello che io credo sia un processo pubblico in piazza con successivo linciaggio.
Sto già porgendo i polsi per le manette quando quello mi saluta cordialmente, mi fa gli auguri per una buona permanenza in Iran, si gira e se ne va.

Mentre lentamente mi ricomincia a scorrere il sangue nelle vene, mi accorgo che in una macelleria c’è appeso un quadro raffigurante la madonna con il bambino e capisco a che livello sia arrivato il lavaggio del cervello che ci fanno quotidianamente a casa nostra.

Proseguiamo tranquillamente verso il centro mentre non smetto di rimuginare anche con un leggero disappunto sul fatto di ritrovarmi in classifica, e nonostante tutti gli sforzi fatti, addirittura dopo gli zoroastriani dei quali, con tutto il rispetto, a male pena ne supponevo l’esistenza.

Arriviamo alla moschea del Venerdì nel momento migliore. Il posto è deserto e silenziosissimo. La luce del tramonto che filtra attraverso le vetrate regala un’atmosfera fiabesca e contemplativa. Fuori un simpatico vecchietto ci spiega la presenza su tutti i muri della moschea di tanti mattoni in legno. Si mette a traballare accompagnando il movimento con un suono cupo dalla bocca. Finalmente capiamo! Quei mattoni in legno sparsi nella struttura servono da “ammortizzatori” durante i terremoti. La moschea è del 1281, l’Iran è un Paese fortemente sismico, la moschea è ancora perfettamente in piedi, quindi i mattoni di legno hanno funzionato!

 

Per cena decidiamo di seguire il consiglio della Lonely Planet e andiamo a mangiare al ristornate Ali Baba che si rivelerà uno dei peggiori posti nei quali abbiamo mangiato con in più la pretesa del “ristorantone”. La famosa guida continua a rivelarsi, almeno nei consigli per mangiare e dormire, e per quanto riguarda la nostra esperienza, una vera bufala.

Attraversiamo il viale rischiando di morire almeno un centinaio di volte e ci lanciamo a pesce sul sospirato materasso.

 

21 agosto: Shiraz

Avrebbe dovuto essere una giornata di riposo, invece si rivelerà una giornata campale.

Solita “colazioncina” leggera e si esce belli pimpanti alla ricerca della chiesa cattolica di Shiraz. Non facciamo nemmeno troppa fatica a trovarla con tutte le indicazioni che ci danno. In mezzo a basse palazzine si staglia la cupola con un’inconfondibile croce cristiana sopra.

 

Suoniamo al cancello principale, bussiamo, chiamiamo a voce, cerchiamo di sbirciare dentro attraverso il buco della serratura. Le proviamo tutte. Niente.
Facciamo il giro e chiediamo a dei soldati poco lontani se è quella l’entrata. Ce lo confermano.

Lungo il muro c’è pure un’altra porticina in ferro ma un inequivocabile cartello in inglese e in farsi, lascia intendere che chi ci abita si è scocciato di tutte le scampanellate dei turisti in cerca dell’entrata.
Un po’ sconsolati ce ne torniamo da dove siamo venuti.

 

in iran in moto

Siamo nel cuore dell’antico bazar di Shiraz alle prese con spezie, lampade di Aladino, teiere made in Cina e stoffe che i mercanti si affrettano a dichiarare con orgoglio essere state prodotte in…Vietnam. Tutta roba che, sono sicuro, non compreremo mai!

Siamo proprio all’incrocio tra vari tunnel del bazar: da una parte si dirama il settore degli ori e delle pietre preziose, dall’altra quello delle spezie, di là ci sono i tessuti, più su i calzolai e i conciatori. Insomma, stiamo proprio in mezzo.
Approfitto di ogni gradino o sediolina libera fuori dalle botteghe per riposarmi senza però perdere d’occhio Moroboschi che c’ha un senso dell’orientamento strepitoso. Fosse per me mi perderei e mi ritroverebbero nel 2030.

Continuiamo il giro per lo shopping fino a quando una bambina ferma Daniela.
Si intuisce che è stata mandata in avanscoperta, insieme al fratellino più piccolo, dai genitori che se ne stanno un po’ in disparte in attesa dell’evolversi della situazione. Poi appena capiscono che non c’abbiamo fretta e che Daniela è “partita” con la conversazione, si avvicinano tutti.

 

Ormai siamo smaliziati e capiamo che pure ‘sta volta sarà durissima uscire indenni dallo scontro tra le due culture contrapposte.
E chiacchiera con il padre, poi con lo zio, poi con l’amico dello zio, poi con il nonno…ah, no, il nonno non è il loro, è uno che si è avvicinato solo per curiosare…aspettate, vi presento mio cognato e poi il cugino dell’amico dello zio.

Io già mi perdo con le parentele mie in Italia, figuriamoci con quelle degli iraniani…. mi gira la testa, non ci sto capendo più una mazza e mi allontano di qualche metro per fare le foto. Non lo avessi mai fatto!!! Tutti a fare foto, pure la gente che passa lì per caso.

Ad un certo punto scoppia pure un mezzo casino: lì vicino béccano un ladro che s’è fregato qualcosa in una bottega… il padrone lo insegue brandendo un coltellaccio, Cavolo!!! Mentre cerco di mettere il rullino nella reflex mi tremano le mani, sto per fare la foto del secolo… il premio Pulitzer…invece gli spruzzano in faccia solo un irritante, gli danno un calcio in culo e lo mandano via… Nonostante il bordello, lì, nel nostro piccolo incrocio, avvolti dai profumi e dai colori del bazar, la conversazione non si è interrotta e ha continuato a fluire piacevole e serafica.

 

Poi due donne del gruppo cominciano a confabulare e rovistano in una sporta della spesa.
Tirano fuori un centro tavola e lo regalano a Daniela. Colta un po’ alla sprovvista la piagnona comincia a versare lacrime di commozione ed è come se si fosse frantumata a terra un’ampolla contenete un virus contagioso…cerco di resistere virilmente ma poi quando vedo che Moroboschi e gli omaccioni iraniani con i baffoni c’hanno pure loro gli occhi lucidi, mi unisco al gruppo e mi metto, per simpatia, a piagnucolare pure io.

Ci salutiamo e ci rintaniamo in una freschissima sala da tè. Sorpresa! Ci sono quelli di Milano incontrati sul traghetto!
Tra tè aromatici e pasticcini deliziosi ci scambiamo le rispettive visioni dell’Iran e i consigli su cosa vedere e le strade da fare.
Rinfrancati dalla merenda proseguiamo l’avventura nei meandri luccicanti del bazar.

 

22 agosto: Shiraz – Yazd (442 km)

E’ mattina presto per gli standard locali, quando ci piazziamo impazienti con armi e bagagli davanti al garage aspettando che apra, con comodo, per riprendere le Africa.

in iran in moto

Diamo di che parlare ai passanti inscenando lo spettacolino dei vari controlli, veri e fittizi, alle moto e caricandole sempre di più. Adesso sopra, oltre ai soliti bagagli, ci sono pure, curiosamente, le spezie, le stoffe vietnamite, le teiere di latta made in Cina e una FAVOLOSA lampada di Aladino che da sola peserà otto kg.

Siamo pronti a partire per Yazd, l’antica città carovaniera posta sulla via della seta visitata anche da Marco Polo nel 1272.
Attraversiamo l’altopiano iranico diretti verso le propaggini meridionali del Dasht-e Lut, uno dei deserti centrali insieme al Dasht-e Kevir, posto più a nord, con temperature che superano i 45° nonostante gli oltre 1.200 metri di altitudine.

La guida, lungo le centinaia di km di queste quasi deserte strade iraniane che attraversano il nulla assoluto, è piacevole e rilassante, intervallata da pochi ma gioiosi incontri con pullman di linea, camionisti che ci salutano con i caratteristici fischi, rari automobilisti e decine di caravanserragli abbandonati.


Dopo decine e decine di km di infruttuosa ricerca, finalmente individuiamo una solitaria macchia verde. Ci fermiamo per mettere qualcosa sotto i denti prima di proseguire per Yazd.

Inconsapevolmente ci apprestiamo a toccare il punto più basso e infimo dell’intero viaggio in Iran, ma fortunatamente precederà solo di poche ore il punto più alto.
Quei radi alberi e cespugli rinsecchiti crescono ai margini di un canale di scolo ma, essendo l’unico punto con un po’ d’ombra nel raggio di un centinaio di km., è discretamente affollato e sporco.
Nugoli di api inferocite si scagliano contro tutto ciò sia minimamente commestibile e perciò aprire e mangiare delle scatolette, per di più seduti per terra in mezzo alla polvere e ai rifiuti, diventa un esercizio di pura sopravvivenza.

 

Ripartiamo consapevoli di aver alzato, e di molto, la nostra concezione sullo spirito di adattamento.

Entriamo a Yazd poco dopo l’ora di pranzo. Sento rivoli di sudore colare dentro gli stivali. Il casco non lo sopporto più, gli occhiali mi danno fastidio e c’ho sete. Faccio un cenno al Moro e ci buttiamo all’ombra di un muro di fango e paglia cercando di fare il punto della situazione e schiarirci un po’ le idee ormai abbondantemente annebbiate dalla calura e dalla stanchezza. Si ferma una macchina e ci offrono dei semi da sgranocchiare. Ne prendiamo una manciatina a testa, ma insistono e ci riempiono le tasche.

Non appena ripartiti ci si affianca un’altra macchina. Il guidatore ci chiede se abbiamo bisogno di un albergo; in condizioni diverse forse avremmo declinato l’invito ma ormai in preda alle allucinazioni decidiamo di fidarci e di seguirlo all’interno degli stretti ed intricati vicoli di Yazd.

Il posto si presta perfettamente ad un agguato ma sordi alle proteste di Daniela proseguiamo veloci dietro la macchina che, dopo non so quante svolte all’interno di quel labirinto di paglia e fango, inchioda in una piazzetta proprio di fronte all’albergo più bello e affascinante visto in vita mia.
Ci accolgono in maniera splendida offrendoci una stanza strepitosa a 1.000 Rial. L’albergo è nuovo, curatissimo, con piante, fiori e fontane interne ed è inserito in una cornice, il centro storico di Yazd, da lasciare senza fiato.

La trattativa la conduciamo in maniera abile e smaliziata tanto da riuscire, alla fine, a strappare il prezzo di 500 Rial (35 euro in tre, compresa prima colazione).
Lavati e cambiati usciamo e ci incamminiamo per il centro deserto di Yazd, apprezzandone immediatamente la frescura dei sui stretti vicoli e la sua estrema tranquillità.

Entriamo in un negozietto e, insieme al proprietario imbarazzatissimo per la vittoria di un iraniano contro un italiano alla finale oro per il taekwondo, assistiamo alla premiazione olimpica. Poi usciamo per dirigerci verso le Prigioni di Alessandro. Chiediamo indicazioni all’unico passante che ci porta fino all’entrata del “museo”, e, prima che riusciamo a bloccarlo, ci paga i biglietti, ci saluta, e se ne va.

Gironzoliamo solitari nelle viuzze di questa suggestiva città, patrimonio dell’umanità, costruita quasi interamente con l’argilla e con, sui tetti, delle particolari torri che catturano il vento e lo indirizzano all’interno delle case per rendere più sopportabile il torrido caldo delle estati iraniane.

Visitiamo la moschea del Jameh che con i suoi due altissimi minareti blu di quasi 50 metri che si stagliano superbi in un netto contrasto di colori nell’omogeneo color ocra del resto della città, offre scorci indimenticabili.

 

Saliamo sull’Amir Chakhmagh per godere del panorama di Yazd distesa ai nostri piedi con la palla rossa del sole che scende tra le rocce e le sabbie del Dasht-e Lut tremolanti all’orizzonte.
Scendiamo dal complesso Amir Chakhmagh che il sole è appena tramontato e nella piazza s’accendono le luci. Della gente è intenta a seguire una partitella di calcio improvvisata nella piazza da un gruppo di ragazzini.

Ci avviciniamo e ci mettiamo ad osservare: Per la barba del profeta!!!! Ma questi non conoscono le più elementari nozioni tattiche!!!
Difese inesistenti, portieri volanti lasciati a se stessi, corrono come pazzi e alcuni c’hanno pure un bel tocco ma vanno tutti appresso al pallone e non lo passano mai.
Io e il Moroboschi fremiamo.
Cerchiamo di fargli capire che vorremmo partecipare alla partita uno per squadra. Alcuni sembrerebbero accettare, altri, vedendoci un po’ vecchi, ci scacciano in malo modo.
Alla fine prevale la “sentenza Bosman” e ci schieriamo uno per parte: io in difesa nella squadra che attacca dalla piazza verso Amir Chakhmagh e il Moroboschi a centrocampo in quella opposta.

I miei nuovi compagni di squadra si presentano ognuno toccandosi il petto:
Alì, Mohammed, Reza, Mohammed II, Alì IV e il cugino Mohammed VII
.
Non c’ho capito niente ma speriamo bene. Immagino che a Moroboschi non sia andata meglio dall’altra parte.
Comunque si comincia. Zero a zero e palla al centro.
Terreno (di marmo) in discrete condizioni, spettatori una trentina circa, temperatura sui 35° e si gioca a piedi nudi.
Anche loro si accorgono presto della differenza! Se prima facevano un gol ogni tre secondi, adesso dopo dieci minuti di aspra battaglia siamo ancora a reti inviolate.
Gli urli miei e del Moroboschi fanno rispettare le consegne tattiche, le difese difendono e gli attacchi attaccano e ci si randella abbastanza.

Poi purtroppo faccio un’apertura a quello che credo sia il mio terzino sinistro Mohammed, invece è uno che gli assomiglia in maniera impressionante ma che gioca con Moroboschi.
A questo non gli pare vero, s’invola verso il mio portiere e lo batte con un preciso diagonale. 1 a 0 per la squadra di Moroboschi che esulta e si abbraccia con i suoi compagni mentre i miei mi guardano come se gli avessi ammazzato un parente.

Dobbiamo assolutamente pareggiare e lì chiudiamo nella loro metà campo. Ma ad un certo punto una palla respinta dalla difesa trova uno splendido stop del Moroboschi che controlla e parte in contropiede!
Quello che accade immediatamente dopo non potrà mai essere chiarito:
secondo me lui è scivolato da solo, secondo lui io gli ho fatto un fallaccio da ultimo uomo. Fatto sta che con Moroboschi dolorante e a mezzo servizio, riprendiamo l’iniziativa a centrocampo ed in una azione convulsa riusciamo a pareggiare.

Sul risultato di 1 a 1 che accontenta un po’ tutti, dichiariamo finita la partita anche perché senza allenamento a 1.230 metri di altezza c’abbiamo le lingue penzoloni che leccano già il marciapiede.
I ragazzini tentano in tutti i modi di farci continuare ma alla fine si rendono conto che siamo alla frutta.
Facciamo le foto ufficiali... e ci incamminiamo verso il nostro meraviglioso e meritato albergo.

 

23 agosto: Yazd – Chak-Chak – Yazd (140 km)

Sveglia. E’ un delitto dover abbandonare questi letti con lenzuola fresche, pulite e profumate per rivestirsi con giacche e pantaloni che ormai si reggono in piedi da soli, ma stamattina ci aspetta Chak-Chak.

Sulle cartine non è indicato, ieri all’ufficio del turismo di Yazd hanno tentato di dissuaderci dall’andarci con i nostri mezzi…
“Sapete non è facile trovarlo, la strada si inoltra nel Dasht-e Lut, non passa nessuno, potrebbero esserci problemi…”
Vabbè, ma quanto costa il giro con il pulmino? Cosa? Ok, si va in moto!
Abbiamo Gps, mappe, bussole, briciole di pane per ogni evenienza…

in iran in moto

Al primo incrocio, ancora dentro Yazd, già ci guardiamo intorno spaesati… in una frazione di secondo siamo circondati da iraniani che vogliono aiutarci. Alcuni di loro neanche sanno cosa sia questo Chak-Chak, poi qualcuno pare che lo conosca, un altro ci regala un dettagliatissimo atlante stradale dell’Iran però in lingua farsi, un altro telefona ad un suo amico e consegna il telefono a Daniela… Insomma in Iran magari ti perdi, ma certo non muori in solitudine.

 

Dopo aver sbagliato strada un altro paio di volte, finalmente puntiamo verso il deserto, c’è una strada che si perde in lontananza e anche se non dovesse portare a Chak-Chak, pazienza, è comunque bellissima e c’ha, aspro, il sapore dell’avventura. Andiamo.
Gli ultimi km di pietraia sono la ciliegina sulla torta. Arriviamo ai piedi della montagna, oltre non si può andare a meno di avere una moto da trial.

 

Più in alto, sul pendio, c’è un gruppo di iraniani fermi all’ombra di un muro, ci guardano arrivare e non smettono di ridere. Lasciamo giacche e caschi sulle moto, facciamo le foto rituali, e poi attacchiamo baldanzosi le ripide rampe di scale che dovrebbero portare alla grotta dove arde il famoso fuoco eterno sacro agli Zoroastriani.

Come è ovvio con quel caldo, alla prima rampa stiamo già boccheggiando come pesci rossi in cerca di ossigeno quando, in nostro soccorso, arrivano fortunatamente gli iraniani di prima che ci raccolgono con il cucchiaino e ci invitano ad accomodarci su una terrazza in attesa del tè. Non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di rifiutare e ci buttiamo esausti e assetati sui due tappeti stesi all’ombra, uno per gli uomini ed uno per le donne.

Il baffo c’ha due mogli e una quindicina di figli. Uno di questi è un personaggio di una comicità travolgente, è difficile non scoppiare a ridere al solo guardarlo.

 

Facciamo la nostra solita figuraccia buttando le pietruzze di zucchero dentro il bicchiere invece di metterlo in bocca come fanno loro e la cosa li diverte parecchio anche perché questo zucchero che usano in Iran è buonissimo anche se duro come la pietra e gli svuotiamo la zuccheriera.

L’allegria non manca e le foto, i baci, i biscotti, il tè, il vocabolarietto italiano-farsi fanno il resto.

 

Basterebbe questo incontro per giustificare la pietraia per arrivare a Chak-Chak.

Dopo aver passato in allegria un’oretta ci rimettiamo rinfrancati e motivatissimi sulle scale ed arriviamo alla grotta.

Immaginate un deserto con una montagna al centro. Su questa montagna arida e arroventata c’è una fenditura. Da non si capisce bene dove penetra dell’acqua che dalla volta della grotta cade a gocce, ritmicamente, sul pavimento in marmo che circonda l’altare dove arde il fuoco eterno. Quale è il rumore che fa l’acqua cadendo sul pavimento? Chak… Chak….

 

La sensazione dei piedi nudi sul fresco e bagnato pavimento di marmo, mentre fuori l’orizzonte è falsato dall’onda di calore che sale dalle sabbie del deserto, è unica.

 

Due uomini mi si avvicinano e mi chiedono sottovoce a che religione apparteniamo…. stavolta gli rispondo subito “Cattolica” senza pensarci due volte. Mi dicono di essere musulmani, mi stringono entrambi la mano e se ne vanno.

Rimaniamo in contemplazione di questo posto magico ancora per un po’ da soli, in compagnia dell’anziano custode, poi, sempre in silenzio, ci rimettiamo gli stivali lasciati fuori della grotta e ognuno perso dietro i propri pensieri riscendiamo per riprendere le moto.

Sulla via del ritorno Moroboschi dà senso alle sue ruote tassellate e lancia l’Africa dritta in fuoristrada contro le montagne bianche. Porta con se delle bottigliette da riempire con la sabbia da raccogliere sulle dune immense che si innalzano ai lati della strada. E’ un piacere guardarlo allontanarsi, diventare sempre più piccolo e infine lasciare la moto, chinarsi e scavare una piccola buca alla ricerca dei granelli più puri del Dasht-e Lut.

 

Rientriamo a Yazd con qualcosa che difficilmente dimenticheremo…

La giornata è ancora lunga e cerchiamo di sfruttare ogni minuto, consapevoli che tra qualche giorno tutto questa magia che stiamo vivendo sarà solo un ricordo.

Il bazar ci accoglie a braccia aperte. Mettiamo su un teatrino in una bottega di tessuti cominciando a contrattare ferocemente i prezzi di stoffe, cuscini e tovaglie bellissime… Inizialmente il commerciante regge discretamente “botta” ma poi con Moroboschi che indossa un gilet preso dagli scaffali tutto imperlinato che lo fa risplendente come un marajà ed io che passo dall’altra parte del bancone per mettermi a vendere la roba del bottegaio contrattando i prezzi con Moroboschi e facendo gli interessi del commerciante, la situazione degenera. Il bottegaio comincia a sudare copiosamente poi, non riuscendo più a capire perché mai io mi ritrovi dietro al bancone, vicino a lui, a fare i suoi interessi, chiama il suo “boss” per farsi dare manforte. Accorrono altri iraniani e delle ragazze spagnole che avendo capito che li ci si fanno quattro risate e probabilmente si risparmia pure, si uniscono alla baraonda.

Ce ne andiamo felici e sorridenti con due sacchetti colmi di regali da riportare in Italia.

Usciamo in strada e mentre cerchiamo di orientarci tra i pedoni, una ragazza si avvicina a Daniela e le chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Approfittiamo e le chiediamo un posto per mangiare in maniera tradizionale e non turistica. Si avvicina anche il fratello che intanto ha parcheggiato la macchina lì vicino e ci portano in una sala da tè dove scambiamo quattro chiacchiere e li invitiamo a cena.

 

Dopo varie insistenze riusciamo a convincerli. Saliamo tutti e cinque sulla Saba bianca e ci portano attraverso gli stretti vicoli di Yazd, con gli specchietti retrovisori che strusciano le pareti, in un ristornate raffinatissimo. Musiche d’atmosfera, giochi d’acqua e un cibo davvero eccellente coronano una serata indimenticabile.

Ci riaccompagnano in albergo e poco dopo Daniela si accorge di aver perso il PORTAFOGLIO!!!!! Ok, niente panico…dove pensi di averlo perso? Qui fuori? Sotto il letto? Nella hall?….??? No, nella macchina degli iraniani!!!! Ok, PANICO!!!! Per fortuna Moroboschi si era scambiato il numero di telefono con il ragazzo iraniano e Daniela chiama. Dopo pochi minuti ci dicono di aver ritrovato il portafoglio in macchina. Ce lo porteranno l’indomani mattina presto. Ci addormentiamo sereni con la certezza che la mattina dopo Daniela riavrà il suo portafoglio.

 

24 agosto: Yazd – Abyaneh – Kashan

Il sommesso e leggero bussare alla porta di legno massiccio della stanza mi fa riemergere dai dolci sogni della notte persiana di Yazd.

Passi ovattati e veloci. Le parole di Daniela: “…moteshakkeram, Elaheh…grazie…khodà-àfez…addio…

Sono le 06,30 di quella che sarà certamente una splendida giornata iraniana, l’ennesima. Daniela rientra in stanza con il portafoglio e un piattino colmo di fichi colti nel giardino e portati da Elaheh.

Mi giro sereno nel letto e le emozioni vissute fino a quel momento prendono il sopravvento sui quotidiani pensieri legati alla parte logistica del viaggio, all’olio consumato, alle catene da ingrassare, alla speranza e necessità che non si rompa niente, che i fisici e le menti reggano la fatica e che tutto questo delicato equilibrio rimanga tale.

in iran in moto

Mi assale un po’ di tristezza. Certo la nostalgia, la voglia di riabbracciare quelli rimasti a casa e raccontare tutte le emozioni fin qui vissute è forte, ma è altrettanto forte la percezione di essere arrivati così lontano e di non poter proseguire oltre, e le parole degli iraniani fuori dell’albergo: “Now you Pakistan? India?”

non fanno che acuire questa percezione di qualcosa che comunque e nonostante tutto, rimarrà incompiuto probabilmente per sempre…

Ci salutiamo con il personale dell’albergo ed anche stavolta gli abbracci e i baci, le strette di mano e gli inchini si sprecano, così come le foto educatamente richieste a cavallo delle moto.

Seguiamo le indicazioni per l’autostrada Yazd-Teheran.

Al casello, l’addetto ci squadra, perplesso sulla tariffa da applicare…moto così loro non ne vedono, sembriamo camion ma abbiamo solo due ruote, ci sono mercanzie caricate sopra ma non c’è l’asinello davanti…ci fa segno di proseguire senza pagare il pedaggio.

130 km/h, direzione Abyaneh, paesino abbarbicato sulle montagne, citato da tutte le guide come perla dell’Iran, ennesimo sito dichiarato patrimonio dell’umanità in questo fantastico Paese.

 

Arriviamo ad Abyaneh praticamente liquefatti. Il metro scarso di ombra prodotta da un muro di paglia e fango color ruggine ci accoglie ospitale e silenzioso. L’acqua nelle borracce termiche è fetida e bollente ma la beviamo ugualmente avidi. Guardo gli altri due e vedo due facce cotte dal sole e abbastanza provate ma risolute e convinte.

Ad un mio lievissimo dubbio, risponde pronto Moroboschi con la frase che diverrà il motivo conduttore del resto del viaggio e che citeremo almeno un altro paio di drammatiche volte:

“Quando cominci a chiederti chi te lo ha fatto fare, vuol dire che il viaggio è riuscito”

Ci spostiamo sotto delle frasche dove altre persone stanno facendo pic-nic. Ci offrono cibo e bevande, ricambiamo con sigari italiani e il solito chiacchiericcio. Dopodiché ci intrufoliamo nelle viuzze di Abyaneh dove non gira quasi nessuno.

 

Peccato che ci sia della spazzatura accumulata nei sottoscala e negli accessi alle cantine. Mi riprometto di scrivere una vibrante nota di protesta all’ufficio del turismo iraniano per questa intollerabile situazione non appena tornato a casa. Poi mi dico che, tutto sommato, con tutto quello che sembrava dovesse succederci in Iran, un po’ di sana mondezza ci può anche stare.

Riprendiamo la strada e nel tardo pomeriggio entriamo spavaldi a Kashan dove ci attende la consueta stesa dei panni, il solito bazar, lo struscio serale e la spasmodica ricerca in taxi degli adesivi iraniani da appiccicare sulle moto... ma la stanchezza comincia a farsi sentire ed ogni posto è buono per riposare.

 

25 agosto: Kashan-Qom-Teheran-Qazvin

Andiamo di corsa.

Moroboschi ha promesso un’intervista ad un’emittente radiofonica di Teheran che all’interno di una rubrica in lingua italiana vorrebbe inserire la nostra esperienza di viaggio e le nostre impressioni sull’Iran.

in iran in moto

L’appuntamento è per oggi a Teheran; siamo un po’ combattuti… siamo costretti a fare un tappone saltando necessariamente la visita a Qom e fermandoci giusto il tempo per immortalare un mosaico che è l’emblema politico iraniano degli ultimi anni e buttarci in un lago salato…

Ma l’idea di essere intervistati dall’inviata Nazanin Motevasseli ci attrae molto. Il luogo dell’incontro lo decidiamo noi: proprio di fronte all’ ex ambasciata americana, che qui hanno ribattezzato “il covo di spie” assaltata dagli studenti iraniani nel 1979 e mai più riaperta.

Arrivare a Teheran ad Agosto, in moto, per attraversarla e giungere nel centro di questa metropoli di 16 milioni di abitanti credo sia una delle esperienze motociclistiche psicologicamente più devastanti e al tempo stesso esaltanti che si possa immaginare, a patto di uscirne vivi per poterla descrivere.

Dunque la fredda cronaca.
Si giunge in prossimità dei primi anelli di tangenziali concentriche di Teheran con l’orizzonte completamente oscurato dalla città.

Credo di aver sperimentato la stessa emozione mista a terrore che devono aver provato gli assalitori di Stalingrado:

I tassisti iraniani stanno stanno sportello contro sportello al di là delle barricate pronti a respingerti come una testuggine d’acciaio, i pulmini collettivi non aspettano altro che di asfaltarti e tutti gli altri, automobili, motorette, autobus e camion sono in attesa di farti lo scalpo da riportare come trofeo a casa.

Ogni centimetro conquistato in questa bolgia sarà una vittoria ….mi riviene in mente il film con Al Pacino e il suo memorabile discorso pre-partita:

“Siamo all’inferno adesso, signori miei. Credetemi. E … possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta… fa parte della vita. Capitelo …Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate. Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi…

In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro. Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire. E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro. E io so che se potrò avere un’esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì. In questo consiste, e in quei 10 centimetri davanti alla faccia. Ma io non posso obbligarvi a lottare! Dovrete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei! Perciò … o noi risorgiamo adesso, come collettivo, o saremo annientati individualmente. E’ tutto qui. Allora, che cosa volete fare?”

(Ogni Maledetta Domenica titolo originale Any Given Sunday)

Ci guardiamo, ingraniamo la prima e ci buttiamo in mezzo alla mattanza.
Arriviamo a Ferdosi Square letteralmente distrutti dalla tensione e dalla lotta. Ci si avvicinano due ragazzi, uno è italiano e l’altro iraniano.
Capiscono al volo la drammatica situazione e arruolano un ascaro su un motorino per farci scortare fino all’ambasciata.

Questo sul motorino sta sui 40 abbondanti, ci guarda sornione, abbozza un mezzo sorriso, sputa per terra e, facendo cenno di seguirlo, parte…. a razzo.
Qualunque immagine di pischelli nostrani a bordo di cinquantini elaborati che fanno la gimcana in mezzo al traffico italico levatevela dalla testa.
Nel traffico di Teheran dell’ora di pranzo Valentino Rossi sarebbe un fermone, insomma, una mezza sega. Qui siamo a livelli irraggiungibili, qui fanno la Storia dell’incoscienza su due ruote.

Non posso descrivere le nefandezze che abbiamo subito e compiuto per paura che ci ritirino la patente retroattivamente.
Dico solo che su alcuni tratti ho chiuso gli occhi, in altri ho invocato S. Cristoforo, altre volte avrei voluto uccidere e altre volte morire.
Un solo esempio: pensate che sia possibile prendere una tangenziale contromano zigzagando tra canali di scolo e tombini semi aperti e pedoni suicidi? A Teheran sì. Punto.

Non so come ma arriviamo a destinazione. Taleqani Avenue, proprio di fronte l’ex ambasciata Usa.
Teoricamente saremmo pronti per una qualsiasi azione eversiva suicida ma cerchiamo di riprendere una postura civile per affrontare l’intervista.
Nell’attesa proviamo comunque a farci ammazzare dalle guardie iraniane scattando foto vietate ai murales che ornano il muro dell’ex ambasciata.

 

Con supremo sprezzo del pericolo approfitto del fatto che un guardiano sta chiudendo il portone e, attraverso la sua guardiola, entro nei giardini dell’ambasciata americana. Appena se ne accorge si mette le mani nei capelli e poi senza tanti complimenti mi sbatte fuori.
Intanto riceviamo la notizia che l’intervista è purtroppo saltata. Non serve che ce lo ripetano due volte e rimontati sulle moto, dopo una decina di tentativi riusciamo finalmente a sfondare l’accerchiamento e a riparare a Qazvin.

 

26 agosto: Qazvin – Rasht – Masuleh – La Tenda Rossa (N37 40 52.6 E48 28 41.0)

Si parte presto da Qazvin perché in realtà ci stiamo dissociando mentalmente e non sappiamo dove andare e cosa fare, c’è chi parla dell’Armenia, chi della Turchia, chi del Kazakistan e chi dice di tornare indietro a Yazd per aprire un pub o un sexy shop.

Fatto sta che alla fine, vista la bella giornata, si opta per una gitarella al mare, il Mar Caspio.

Metà della popolazione del nord ovest dell’Iran c’ha avuto la nostra stessa idea e quindi ci mettiamo in coda sulla strada che porta a Rasht.
Ci manca solo il coccodrillo gonfiabile legato sopra.

 

in iran in moto

Ci innervosiamo abbastanza in mezzo al traffico caotico fino alla deviazione per Masuleh, dove, sperando in un po’ di refrigerio, ci dirigiamo fiduciosi. Manco per niente. Pure lì un forno crematorio solo leggermente meno umido.
Mangiamo, ci riposiamo un po’ e poi ripartiamo, direzione la costa, sempre con il miraggio di un refolo di aria fresca che non arriva.
Schiumiamo come asini sulla strada per Hashtpar e stiamo per svenire esausti quando da un negozio ci vedono, e nel rispetto della sharia sciita che impone il dovere di soccorrere i viandanti che muoiono di caldo e sete, ci portano sedie e cola ghiacciata.

 

A volte il destino è veramente beffardo. Grazie alle indicazioni dei nostri simpatici soccorritori giriamo a sinistra, prendendo la strada per le montagne e rinunciando definitivamente alla vista del Mar Caspio che è lì, a 50 metri da noi, ma invisibile dietro una coltre di umidità invalicabile.
Bastano pochi km su quella strada che si arrampica rapida e veloce sulle montagne dell’Azerbaijan iraniano; bastano pochi km percorsi in mezzo ai boschi per tornare a respirare e per renderci incautamente dimentichi del caldo patito a Rasht.

Un imprudente ottimismo ci spinge ad inoltrarci sempre più in alto, alla ricerca del fresco ristoratore dopo tanti patimenti, ignorando i richiami di comodi chioschi con bivacchi ed inspiegabili (ai nostri occhi) bracieri accesi che ci sono lungo la strada e ai margini dei boschi. Il panorama cambia repentinamente: non più vapore acqueo e umidità al 100% ma foreste, nuvole basse e aria finissima.
Andiamo oltre, troveremo sicuramente un posto per dormire più avanti, d’altronde fino adesso non abbiamo mai avuto problemi per dormire. Appunto, fino adesso.

I piccoli sgangherati paesi di montagna che attraversiamo non hanno la benché minima struttura ricettiva ed ogni volta che ci fermiamo per chiedere, ci mandano oltre con la speranza e la chimera che forse al prossimo paese ci sia qualcosa. E la strada continua a salire inerpicandosi ad altezze poco raccomandabili e comincia anche a piovere.

Panorami incredibili davanti ai nostri occhi, montagne verdi, greggi al pascolo, villaggi arroccati lungo valli serpeggianti, pastori, malghe sbilenche e squarci di luce cangiante tra nuvole e pioggia… ci sarebbe di che preoccuparsi per l’ora e per la media indegna anche di una gara podistica tra ultra ottantenni, invece sono pervaso da una felicità contagiosa.

 

Comincia a calare il sole ma finalmente arriviamo a Khalkhal e parcheggiamo davanti al primo dei due alberghacci indicati sulla guida.
Il posto c’è ma il prezzo che ci fanno è scandalosamente diverso da quello esposto alle spalle dell’individuo dietro al bancone e che noi, ormai capaci di leggere i numeri arabi, gli facciamo subito notare. La trattativa prosegue, fino ad arrivare ad un compromesso, poi la doccia gelata.
Le moto devono rimanere per strada ma, ci dicono, il posto non è affatto sicuro e non c’è alternativa. Ci suggeriscono di provare con il secondo albergo ma la guida già ci preannuncia che lì gli stranieri non sono accettati e stavolta la Lonely ci azzecca in pieno. “Voi no, ma le moto possono restare qui fuori”.

Il senso di fastidio e la sensazione che qualcosa non quadri perfettamente, affinata in tanti viaggi, ci fa rimontare in moto, mentre s’insinua la prospettiva di passare la notte in tenda.
Almeno daremo un senso al fardello che ci portiamo appresso ormai da… quanti sono? 17 giorni. 17, appunto, non poteva essere diversamente.

Il sole cala veloce tra le montagne azere e la necessità di trovare presto un posto per accamparci diventa una priorità assoluta.
Mai guidare al buio e poi qui, su queste strade prive di qualsiasi protezione verso il baratro, sarebbe un suicidio.

Preso dalla frenesia imbocco per primo un sentiero che si rivela un budello. Mi pianto come un pino e ci vorranno gli sforzi concentrati di tutti e tre e tempo prezioso per girare l’Africa trascinandola fino a farle compiere un angolo di 180° e risalire con la coda tra le gambe sulla strada principale.
Improvvisamente sulla sinistra una serie di campi coltivati e quattro case. La sensazione è che il posto sia giusto non tanto perché lo sia ma per mancanza di scelta.

Attraverso un vicolo sterrato raggiungiamo un’aia al centro di questo piccolo villaggio che sembra apparentemente deserto. Stanno tutti nell’aia, vestiti a festa e ci accolgono a braccia aperte. Stanno per iniziare una cerimonia nuziale e molti sono già clamorosamente alticci.
Chiediamo il permesso di accamparci nel campo all’ingresso del villaggio e quelli tutti contenti ci accompagnano in processione e assistono al montaggio della tenda.

Finito di montare il Moroboschi si sacrifica e li segue alla festa per permettere a Daniela di andare in “bagno” lontana da occhi indiscreti ma pericolosamente vicina a delle arnie.

Ci infiliamo in tenda da soli io e lei con la compagnia della musica sparata ad altissimo volume che arriva dal villaggio e dalle urla al microfono: “ITALIANI!!!!!”… “FRIEND… ITALIANO!!!!!”.
Non ci vuole molta fantasia per capire che il Moroboschi, per non sfigurare, sta sfoggiando tutto il suo ampio repertorio: dai balli etnici collettivi ai brindisi russi. Dopo un po’ rientra con roba da mangiare e racconti da far accapponare la pelle.

Scende la notte nera come la pece e mentre nel villaggio la musica e i canti non finiscono, noi, invece, ci apprestiamo a sopravvivere nella tenda con una temperatura polare nella peggior notte che io ricordi.

Cosa ci può essere di peggio di un caldo infermale? Il freddo gelido, intenso, il freddo che ti paralizza movimenti e pensieri, che ti fa tremare e battere i denti e ti fa passare le notti insonni rimpiangendo il caldo umido di Rasht.

Non abbiamo né sacchi a pelo né materassini perciò ci stendiamo a terra completamente vestiti, compresi gli stivali. Ci manca solo il casco. Ci abbracciamo tutti e tre nel tentativo di scaldarci ma tra i rumori, il gelo e i fantasmi che Daniela è convinta si aggirino intorno alla tenda pronti a farci fuori, non chiuderemo occhio per tutta la notte, con il GPS che segnala minaccioso 2.108 metri s.l.m.

 

27 agosto: La Tenda Rossa – Orumiyeh

Mai un’alba, seppur gelida, sarà accolta con lo stesso nostro entusiasmo.
Alle 06.00 siamo già fuori dalla tenda a battere i piedi nel tentativo vano di scaldarci e dopo che il Moroboschi ha aiutato pure un contadino con l’impianto di irrigazione del campo, leviamo la tenda, rimontiamo in moto e ce ne andiamo.

Grazie per l’ospitalità Azerbaijan!

Scendiamo dalle algide vette come due sottomarini in immersione rapida. Alle 09.13 stiamo già spalmati come tre lucertole al sole fuori da un chioschetto e per rinfrancarci ci facciamo portare una bella colazione a base di uova fritte, cipolla e chai bollente.

 

in iran in moto

Scaldati e con una bella fiatella degna dell’impresa artica, ripartiamo con la vita che nuovamente ci arride spensierata.

Caliamo come unni nella piana sottostante. Ormai girovaghiamo senza una meta ben precisa forse nel tentativo più o meno inconsapevole di prolungare all’infinito la nostra permanenza in Persia.
Anche la provincia dell’Azerbaijan, come tutto l’Iran del resto, ha pagato un tributo pesantissimo in termini di vite umane durante il conflitto Iran-Irak e anche qui, il ricordo e il culto dei “martiri” è sempre presente.

 

Ci aggiriamo nei pressi di Tabriz indecisi se puntare nuovamente verso nord e ripassare la frontiera a Bazargan, dove tra l’altro ci hanno ritirato un documento relativo al “carnet de passage en douane” che non abbiamo capito se ci serve riavere, o provare con la frontiera di Sero più a ovest verso il confine irakeno e da lì attraversare il Kurdistan per approdare a Van, e finalmente arrivare a questo famoso lago dentro al cratere di un vulcano con i racconti del quale il Moroboschi ce li sta facendo a peperini da mesi.
La disorganizzazione e l’approssimazione comunque a questo punto del viaggio, regnano sovrane.
Daniela declama le bellezze del lago salato di Orumiyeh (Urmia) quindi, forti di queste nuove direttive, si punta decisamente verso ovest.

La pausa pranzo purtroppo decidiamo di farla sulle rive di un lago.
Seguo il Moro che fa da apripista in una ragnatela di sentieri sterrati e ci piazziamo all’ombra di un gruppo di eucalipti.
Ma non siamo soli. Famiglie iraniane stazionano sotto gli alberi. C’hanno tutto l’armamentario indispensabile per farci perdere tempo: patate cotte alla brace, semi di girasole da sgranocchiare, tappeto steso sulla sabbia e l’immancabile samovar in perenne ebollizione pieno di chai.
Potrebbe mancare il senso dell’ospitalità? Manco per niente.

E infatti in un minuto scarso ci circondano, ci ammanettano e senza tanti complimenti ci schiaffano sul tappeto obbligandoci a mangiare tutto e a bere litri di chai alla menta.
Opponiamo fiera ma breve resistenza e ci sbrachiamo rilassati insieme a loro.
In un paio d’ore succede di tutto:

il capofamiglia inscena un teatrino imitando una gallina che becca ma non fa l’uovo, Moroboschi quasi si fidanza, e Daniela viene tastata da una vecchietta che, vistala con pantaloni, stivali, protezioni varie e, dopo tanti giorni allo stato brado con me e Moroboschi, anche forse con un leggero velo di barba, vuole probabilmente sincerarsi della sua femminilità.
Al momento dei saluti ci regalano pure una bottiglia di aranciata e una boccettina di profumo.

Attraversiamo zone piatte, ci avventuriamo all’interno del lago salato, poi imbocchiamo la banchina che si perde all’orizzonte, tagliando il lago in direzione della città di Orumiyeh.

 

Il terrapieno è ingombro di veicoli in fila ordinata per km ma non riusciamo a capirne il motivo… forse un incidente… passiamo guardinghi a fianco della colonna e arriviamo a scoprire il motivo della coda. Il terrapieno dopo qualche km s’interrompe.
Ci dicono che una società norvegese sono vent’anni che sta lavorando al completamento dell’opera e manca poco affinché anche l’ultimo ponte colleghi i due terrapieni da una parte all’altra dell’immenso lago.
Al momento uno scalcinatissimo mezzo da sbarco risalente alle guerre persiane fa la spola tra le due estremità dei moli garantendo un lento ma continuo collegamento.

 

Paghiamo il biglietto e ci ammassiamo insieme a tutti gli altri riempiendo in maniera preoccupante la bagnarola rugginosa.
In pochi minuti di navigazione ci sbarcano dall’altra parte e ci dirigiamo verso la città.
C’è una macchina ferma sul lato della strada, il conducente si sbraccia cercando di attirare la nostra attenzione… .andiamo veloci quindi lo sorpasso e poi mi fermo ad una cinquantina di metri.
Quello riparte con la macchina e mi si affianca. Che sarà successo? C’avrà un’emergenza? Avrà bisogno d’aiuto?
“Welcome to Iran!”
mi dice.
Lo ringrazio, lo mando intimamente a quel paese e ripartiamo. La ricerca di un albergo è accompagnata dai soliti capannelli di gente ogni volta che ci fermiamo.

E’ la nostra ultima notte persiana, e per festeggiare ci concediamo il miglior albergo di Orumiyeh. E nel miglior albergo c’è rimasta solo la “Suite Imperiale” come ci comunica l’impeccabile signorina alla reception. Accettiamo la sistemazione senza battere ciglio. E sganciamo lo smodato prezzo di 900 Rial (circa 60 Euro, sempre in tre), ma quando ce vo’, ce vo’.

Passiamo l’intera serata ciabattando mollemente per i viali di Orumiyeh cercando cartoline e francobolli che pare qui non esistano.
Sconfortati dalla tragica prospettiva di non poter scrivere le cartoline, affoghiamo la preoccupazione in abbondanti piatti di kebab e fresche bottiglie di zam-zam e poi ce ne andiamo a nanna.

Mi addormento con l’idea che quando mi chiederanno dei gravi problemi e delle difficoltà avute in Iran dovrò purtroppo dire che non siamo riusciti a trovare cartoline da spedire a casa.

 

28 agosto: Orumiyeh (IR) – Van (TR)

Ci alziamo con comodo e alla prima colazione facciamo di tutto per ammortizzare la spesa della suite imperiale.
Poi usciamo e prima di dirigerci verso il confine, proviamo a cercare nuovamente cartoline e francobolli… fortunatamente ci accompagnano ad un edificio dove si tiene una mostra fotografica permanente.
Lì ci regalano pacchi di cartoline favolose ma non hanno francobolli. Allora ci suggeriscono di provare negli uffici postali e ne visitiamo tre ma senza esito.
Alla fine un’impiegata, grazie all’aiuto di un ragazzo che le traduce in farsi le nostre richieste, ci suggerisce di andare alla posta centrale.

Dov’è la posta centrale?
Dall’altra parte della città!

Sono profondamente scoraggiato, non riusciremo mai ad attraversare Orumiyeh con le moto cariche e trovare la posta centrale prima di notte e saranno appena le nove di mattina.
Il nostro traduttore coglie il momento drammatico, molla la fila e i suoi impegni, monta dietro di me mentre Daniela si accomoda dietro Luigi seduta sopra la tenda, e ci porta a destinazione.

 

in iran in moto

Qui la faccenda diventa imbarazzante perché il ragazzo, oltre ad averci accompagnato, appena arrivato allo sportello e chiesti i francobolli per circa trenta cartoline, tira pure fuori i soldi e paga.
A malapena riesco a mettergli in mano un po’ di banconote, poi gli diciamo che gli offriremo il taxi per tornare a casa, ma rifiuta educatamente, sorride, ci stringe la mano e ci augura un buon viaggio.
Sulle scale delle poste centrali di Orumiyeh scriviamo le cartoline e le imbuchiamo poi, inforcate le moto, partiamo in direzione Sero, ultima dogana iraniana prima della Turchia, anzi, prima del Kurdistan.

 

Cerchiamo di spendere gli ultimi Rial a Sero, poco prima del confine, in un emporio uscito da un altro pianeta.
Sandali di gomma in mezzo a scatole di tonno del Golfo Persico “sudato” (Moroboschi dixit), spaventose marmellate di strani pomodori accatastate in mezzo a spazzole e buste di caramelle, tutto coperto da un pesante velo di polvere.
Acquistiamo razioni “K” per far fronte ad eventuali emergenze alimentari e copriamo gli ultimi km di Iran.

 

[...]

 

Fabrizio
(TRIPLO)

  • Cerca

  • nel web
     
    nel sito


© AITOTOURS c/o Khorgin - p.i. 03069210239 - tutti i diritti riservati