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Quanto è doloroso essere iraniano

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Pochi giorni di tregua. Solo un breve respiro dopo quaranta giorni sospesi, quasi irreali, e oltre quarant’anni di difficoltà, tra sanzioni incessanti e un’esistenza costantemente in salita nel Paese in cui sono nato. Inizio di un dialogo in difficoltà e con poca fiducia, con guerrafondai che strappano lateralmente ogni accordo e intesa firmati dalle più grandi potenze del mondo.

L’Iran, non è una parola qualsiasi. È un nome femminile. È una madre. È la terra che fornisce il coraggio di resistere. E poi per me c’è l’Italia, il mio rifugio, il mio amore scelto. Due mondi dentro lo stesso cuore, spesso in conflitto, sempre inseparabili.

La mia è una vita che potrei definire “enciclopedica”.

Mio padre spiega uno dei manoscritti del periodo di mio bisnonno

Vanto un bisnonno militare che, alla fine dell’Ottocento, servì al fianco del sovrano della dinastia Qajar, contribuendo non solo alla gestione militare ma anche all’organizzazione economica dello Stato. Di lui e soprattutto del Rè conserviamo manoscritti ufficiali, documenti firmati dal Re e diari di viaggio, anche all’estero insieme, testimonianze preziose che persino i musei iraniani hanno tentato di acquisire. Con il colpo di Stato e l’ascesa del primo sovrano della dinastia Pahlavi, la sua posizione crollò, costringendolo all’esilio.

 

Mio padre al ricevimento

Anche mio padre visse una vita straordinaria: per ventenni, lavorò al fianco e nel ufficio dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, respirando da vicino il potere e le sue dinamiche. Anch’io ero destinato a seguire quel percorso dei miei antenati: padre, nonno e bisnonno, crescendo in un ambiente privilegiato. Dovevo studiare accanto a Reza Pahlavi, dove comunque ci incontravamo, da quando avevo dieci anni, nell’equitazione e soprattutto nelle sessioni di tiro a segno.

Poi arrivò la rivoluzione. Un periodo di cui potrei scrivere pagine e pagine: la mia presenza accanto a mio padre anche durante incontri ufficiali serviva a trasmettere un’immagine familiare, meno istituzionale, in un contesto sempre più teso. Con l’avvento del rivoluzione khomeinista e l’inizio della guerra tra Iran e Iraq (durato 8 anni), ebbero inizio i nostri veri problemi.

Fu su consiglio di mio padre, che per il suo ruolo aveva viaggiato in tutti e cinque i continenti che mi trasferii nel “Bel Paese”, l’Italia. Qui ho dovuto ricominciare da sotto zero, da una parte non ero accettato da Iraniani, d’altra parte in un’epoca in cui dichiararsi iraniano era molto difficile, quasi pericoloso, peggio se qualcuno adesso osa dire che siamo con il governo iraniano. Erano gli anni in cui Saddam Hussein veniva visto quello buono e positivo, e molti iraniani preferivano definirsi “Persiani”, una definizione errata da parte degli occidentali per indicare il territorio iraniano, o addirittura si facevano chiamare “caspici”, evitando ogni riferimento alla propria identità.

Presentarmi a Malpensa. È stata avviata una nuova linea aerea tra i due paesi Iran e Italia

Amando profondamente entrambe le mie due patrie, ho sempre cercato di mostrare il lato migliore dell’Iran e dell’Italia all’estero, mentre combattevo direttamente con le loro contraddizioni interno.

Essere iraniano è una condizione complessa, spesso dolorosa. Le sanzioni bloccano opportunità, sogni, progetti e la vita. Ricordo tanti anni di lavoro che ho fatto per creare una linea aerea internazionale tra i due Paesi che amo: un’iniziativa cresciuta con fatica, ampliata con nuovi voli, e poi, cancellata a causa delle nuove restrizioni e sanzioni …!

contratto tra FIGC e FFIRI

Anche un esempio calcistico: la nazionale iraniana, penalizzata dalle sanzioni, non può accedere ai fondi della FIFA né a quelli della AFC, mentre tutti gli altri Paesi ricevono fondi per partecipare alle gare internazionali. Sono impedite anche le partite amichevoli e persino le emozioni dei giocatori diventano simbolo di una frattura interna: non esultano per rispetto delle vittime nel Paese e c’è chi, al contrario, festeggia una sconfitta per non sostenere il governo. Sentimenti contrastanti, difficili da spiegare . Esiste anche una minoranza che, per esasperazione, arriva a desiderare un intervento militare nel proprio Paese!! Personalmente, credo che ogni cambiamento debba nascere dall’interno di ogni paese. Era un percorso che, in qualche modo, stava prendendo forma prima della guerra. Oggi guardo al futuro dell’Iran: ad oggi quello che gli aggressori ci lasciano è un Iran molto più forte del passato, e staremo a vedere cosa troveremo all’interno.

Con l’ex presidente Carlo Tavecchio in Iran. Un personaggio stupendo

Con i prossimi mondiali di calcio alle porte, mi auguro che lo sport possa diventare un ponte, uno strumento di unione. Mi dispiace con il cuore per l’assenza dell’Italia, ma continuo a credere nel valore del dialogo sportivo: dal 2010 ho lavorato per creare un gemellaggio tra la FIGC e la federazione iraniana, portando giovani calciatori a Coverciano diverse volte e così anche italiani in Iran; non solo, sono stati integrati anche due tecnici italiani nello staff dell’Iran al mondiale 2026. Mi auguro che troviamo infinite cose che ci uniscono dall’antichità ai giorni nostri.

Tutto questo non per dimostrare qualcosa, ma soprattutto per costruire uno sguardo diverso. Più aperto. Più sensibile e magari più dialogo e la pace.

 

 

 

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